Lucia Sardo: "La nostra bimba molestata e umiliata. Noi donne costrette a essere forti"

Intervista all'attrice protagonista di "Picciridda - Con i piedi nella sabbia", il film tratto dal romanzo di catena Fiorello che racconta pregiudizi e violenze: "Tutte noi abbiamo avuto uno zio o un vicino di casa che ci ha molestato"

Lucia Sardo: 'La nostra bimba molestata e umiliata. Noi donne costrette a essere forti'

“Lo zio Saro è spregevole, terribile. Tutte noi abbiamo avuto uno zio del genere. O un vicino di casa. O il barista. Noi donne siamo sempre state molestate. Ecco perché questo è un film necessario, che piace moltissimo alle donne ma che dovrebbero vedere soprattutto i maschi perché le donne sanno già perfettamente ciò che accade. “Picciridda” è la nostra bimba o il nostro bimbo interiore. Quella che nella sua essenza è saggia, fiera, coraggiosa, conosce la verità, ma che poi, attraverso l’educazione, viene umiliata, tradita, rifiutata, abbandonata alle ingiustizie di una società pervicacemente maschilista. Il fatto che questa bimba dopo tutto ciò che le accade, dopo l’orribile segreto che indovina e subisce, riesca a trasformarsi in una giovane donna indipendente è straordinario. È il veleno che si fa medicina. La resilienza è tipica di noi donne, costrette a essere resilienti”. Lucia Sardo parla e ti incanta. Parla e ti coinvolge. Parla e ti trasporta di nuovo nelle magiche atmosfere di un piccolo grande film che esce nelle sale il 5 marzo sfidando le paure da coronavirus ma anche i pregiudizi di una società nella quale le donne subiscono ancora troppo.

Attrice di tanto teatro e cinema di impegno, indimenticabile nel ruolo della madre di Peppino Impastato nel capolavoro di Marco Tullio Giordana, Lucia Sardo è la nonna, protagonista insieme alla nipotina, di “Picciridda – Con i piedi nella sabbia”, un film diretto da Paolo Licata e tratto dal bellissimo romanzo di Catena Fiorello (Giunti editore), ambientato nell’isola di Favignana negli anni Sessanta. La storia è quella di Lucia una bambina di 11 anni (interpretata da Marta Castiglia) che è straziata dal dolore nel vedere i suoi genitori emigrare in Francia insieme con il fratellino e lasciarla alle cure della nonna, una donna sola, severa e molto dura. Una società arcaica dove la maldicenza e il pregiudizio uccidono la reputazione di donne due volte vittime. In seno alla famiglia di “Picciridda” le profonde inimicizie e i silenzi di anni celano un terribile segreto con il quale ma in modi differenti nonna e nipote dovranno loro malgrado fare i conti.

Lucia, è preoccupata di uscire in poche sale in un periodo come questo?
“No. Ho un altro esempio di un film distribuito dall’Istituto Luce che è riuscito a farsi strada grazie al passaparola. Si intitola “I cento passi” e direi che ha funzionato. Io sono sicura che questo film, che ha avuto una gestazione difficile, sarà un grande successo”.

Che cosa l’ha colpita in questa storia?
“Il fatto che sia capace di riportarci al punto zero, al momento in cui la nostra bimba interiore è stata minata. La prima volta che siamo state umiliate e tutte le altre volte che hanno tentato di distruggerci e di allontanarci dalla consapevolezza di sé. Tutti facciamo il tifo per questa bambina e vogliamo che si salvi in qualche modo. Sai che quando abbiamo mostrato il film in anteprima a Taormina e a Siracusa ci sono stati anche molti uomini che sono venuti ad abbracciarmi e a ringraziarmi?”.

Ha detto che tutte le donne vengono molestate. È un qualcosa che la riguarda da vicino? Ha raccolto testimonianze dirette in merito?
“Sì, ho scritto un soggetto cinematografico che si intitola “Via Sicilia” dal nome della strada dove abitavo. Sono andata porta a porta a interrogare le persone che ci hanno abitato e farmi raccontare le loro storie. Non sai quante subiscono violenza. Eccone una: quella di una ragazzina di 13 anni violentata da un uomo di 35 che viene chiamata “bottana” perché “ha rovinato quel poveretto”. Oppure c’era la storia di quel marito che ogni sera tornava a casa a mezzanotte ubriaco e picchiava la moglie, chiudendo fuori nel terrazzino i figli. Mio padre ogni volta interveniva per cercare di convincerlo a farli rientrare. Quando ho raccontato alcune di queste storie su Facebook, la reazione è stata assurda. Molte giovani mi hanno infamato sostenendo che “il nostro paese non è così”. Ho smesso ribattere online ma ho invitato tutti ad avere un pubblico confronto nella piazza del paese, guardandoci in faccia”.

Insomma a livello culturale resta ancora molto da fare.
“Non dobbiamo dimenticarci che la legge sul matrimonio riparatore secondo la quale un uomo poteva stuoprare una dona e poi sposarla è stata abrogata solo negli anni Ottanta. Così come quella sul delitto d’onore in cui un uomo era libero di decidere quale comportamento lo avesse “disonorato”. In questi casi chi uccideva una donna prendeva da 3 a 7 anni di carcere, rispetto a un omicidio “normale” con una pena di 21 anni. Questa cultura oggi non esiste più ma restano tate disparità tra uomini e donne. Chi non le vede sono i maschi oppure quelle donne che anziché scegliere di essere indipendenti preferiscono stare sotto la protezione di qualche uomo”.

In “Picciridda” si è immedesimata nella nonna o nella bimba?
“Nella bimba ovviamente. Tra l’altro, proprio come racconta il libro di Catena Fiorello ma non il film, anche io da piccola ho avuto un’amica di nome Rita che è morta giovanissima. Un altro dei tanti motivi per cui questa storia mi ha commosso. Vede, io ho una visione un po’ magica della vita. Penso che non tutto ciò che accade si possa comprendere con la mente. Io immagino un serbatoio di anime che hanno bisogno di essere raccontate e immagino scrittori, sceneggiatori, attori come sciamani che prestano il proprio intelletto, corpo e voce per raccontarle. Ecco, Picciridda era un’anima che aveva bisogno di essere raccontata”.

La sua nonna invece si fa realmente detestare dallo spettatore, almeno in certi momenti. Mentre in altri la sua tenerezza ruvida è davvero commovente. Cosa ne pensa di lei?
“Guai a non detestarla. Nonna Maria appartiene all’epoca in cui i bambini non si chiamavano “amore” o “tesoro” come si fa da un po’ di anni a questa parte. Era l’epoca in cui c’era anche una grande mortalità infantile e si cercava di non affezionarsi troppo. Era l’epoca in cui le bambine venivano educate con più fermezza perché il mondo era pieno di lupi. Nonna Maria è una donna sola fin da giovanissima visto che il marito è morto quando era poco più di una ragazza. Una donna capace di crescere un figlio da sola, capace di rifarsi una dignità. Una donna costretta a essere forte come tante altre donne”.