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Joaquin Phoenix e "Beau ha paura": perché il film di cui parlano tutti è un'allucinazione da non perdere

Cresciuto senza padre, morto durante un orgasmo, Beau ne eredita la condizione medica e va incontro a un destino intriso di problemi insuperabili, follie e violenza. Per il regista Ari Aster è "Il signore degli anelli ebraico"

Andrea Giordanodi Andrea Giordano   
Joaquin Phoenix in una scena di 'Beau ha paura'
Joaquin Phoenix in una scena di "Beau ha paura"

Il film di cui parlano tutti, e che ci attraversa dal primo all’ultimo minuto, ha un nome ben preciso, Beau ha paura.

Follie imperdibili, paure (recondite e profonde), che diventano, piano piano, incontrollabili, vere odissee della mente.

È una via di mezzo tra il cinema di Michel Gondry (il regista di Se mi lasci ti cancello e L’arte del sogno) e Wes Anderson, bizzarro e indipendente, e Il curioso caso di Benjamin Button di Fincher, ma visto al contrario, in cui il protagonista multiforme è impersonato qui da Joaquin Phoenix, prossimo a rimettersi i panni di Arthur Fleck in Joker: Folie à Deux, e in quelli addirittura di Napoleone Bonaparte, diretto da Ridley Scott.

Ari Aster, il regista degli horror Hereditary - Le radici del male e Midsommar - Il villaggio dei dannati, è un talento smisurato, fuori dalle righe. Lo dimostra ancora decidendo di uscire (per un attimo) dalla propria zona confort, addentrandosi in un viaggio allucinante, surrealista, pieno di epica e paranoia, ispirandosi, in maniera evoluta, ad un suo stesso cortometraggio del 2011, Beau. Fragile e ossessivo, quanto il personaggio che ne caratterizza la storia, Beau Wasserman appunto, figlio di una famosa e ricca donna d'affari, Mona, ma cresciuto senza padre, morto durante un orgasmo, gli racconta lei, una condizione medica, ereditaria, e a lui tramandata.

Joaquin Phoenix in una scena di "Beau ha paura"

È l’inizio, o forse la fine di tutto, perché se nell’adolescenza Beau si innamora durante una crociera di una ragazza, Elaine (tornerà alla fine..), da adulto, troppo innocente e introverso, va incontro al suo destino intriso di problemi insuperabili, farmaci sperimentali (e da assumere), dominato com’è, oltremodo, da un mondo scandito da violenza.

Vive infatti in un quartiere preda di senza tetto squilibrati, nel quale le persone litigano in mezzo alla strada, minacciano di saltare giù dagli edifici ed i cadaveri giacciono in terra, nella totale indifferenza. In questo caos infernale, il pavido-impavido Beau decide di far visita alla madre. Nel frattempo scoprirà intrusi in casa, perderà voli, ogni senso del reale, e, tra presente e flashback, ne capiremo il vuoto che lo ha tormentato fino ad invecchiare. 

La destinazione sembra prossima: percorrerà strade (mentali e fisiche) che effettivamente non si trovano da nessuna parte, dovendo necessariamente affrontare le bugie di un’intera esistenza. Ari Aster, parlando del film, lo ha definito in tanti modi, da un “Signore degli Anelli ebraico”, o pensando a un bambino imbottito di antidepressivi che si reca al supermercato. La pellicola (in sala dal 27 aprile, distribuita da I Wonder Pictures) potrebbe essere vista così, inclassificabile e anticonvenzionale, una miscela gradualmente esplosiva, quanto il suo autore, dotato di un “linguaggio rischioso, unico ed originale”, come lo ha definito giorni fa Martin Scorsese. Ma è in primis anche una commedia nera, immersiva, che rimanda oltremodo agli intrecci visivi di Peter Greenaway, dall’umorismo spietato e dilagante, capace di illuminare sui sensi di colpa e l’inadeguatezza, sul caos che impera nelle nostre esistenze, sui rapporti (tra madre e figli) talvolta illusori, che non trovano soluzioni, ma muri, umiliazioni, vergogne, sull’esperienza di essere dei “looser”, dei perdenti, in una società, nella cui dimensione grottesca, a vincere (forse) sono altri.

 

Andrea Giordanodi Andrea Giordano   
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