Jim Carrey fa 60: le fragilità dell'uomo dietro le mille maschere. Ritratto di un mito

Da "The Mask" a "The Truman Show", l’uomo dai mille volti, inarrivabile, capace di essere e diventare chiunque taglia oggi il traguardo dei 60 anni. Una delle icone eclettiche del cinema americano, capace di distruggere nello stesso tempo il “Sistema Hollywood”

L’uomo dai mille volti, inarrivabile, capace di essere (e diventare) chiunque: Jim Carrey, taglia oggi il traguardo dei 60 anni. Una delle icone eclettiche del cinema americano, capace (forse tra i pochi) di distruggere nello stesso tempo il “Sistema Hollywood”, prendendosene gioco, questo fin dall’inizio di carriera, quando, nei programmi di Johnny Carson e David Letterman, imitava già in maniera straordinaria Clint Eastwood, James Dean, i Fratelli Marx ed Elvis Presley. Un talento unico che nella sua vita ha dovuto comunque dominare due lati del carattere, quello più estremo, istrionico, geniale, a quello maggiormente più fragile, malinconico, misterioso, entrambi cruciali nell’inserirlo nei migliori performer di tutti i tempi. «La mia personalità è stata fondamentale, raccontava nel 2017 alla Mostra del Cinema di Venezia, così come certi momenti di disperazione sono serviti a migliorare e ripartire. Trascorriamo la vita ascoltando il proprio ego, in cerca di solidi riferimenti, senza renderci conto che non esistono. Siamo invece un insieme di idee che dobbiamo combinare lungo tutta la nostra vita, in cui, una volta tolta la maschera, sveliamo chi siamo».

 

Un percorso artistico nel quale fondamentale è stato indubbiamente il padre Percy, musicista e contabile, «la persona più divertente che abbia conosciuto, sapeva darmi speranza e coraggio», quanto alcuni grandi riferimenti a livello di commedia, Jerry Lewis ed Andy Kaufman. Proprio nei panni di quest’ultimo ha offerto tra le interpretazioni più intense, il film era Man on the Moon di Miloš Forman (per il cui ruolo vinse il secondo Golden Globe consecutivo), e sul quale dietro le quinte, nel 2017 venne realizzato il documentario di Chris Smith, Jim e Andy: Jim & Andy: The Great Beyond - Featuring a Very Special, Contractually Obligated Mention of Tony Clifton. Un gioco imperdibile di fronte la telecamera, che in realtà poi svela gradualmente il Carrey attore-uomo, l’iter esistenziale, spirituale e professionale.

Jim e il successo. L’anno è il 1994, il termometro riguarda tre titoli, in grado di proiettarlo a livello planetario: The Mask – Da zero a mito, Ace Ventura – L’acchiappanimali e Scemo&più scemo, al fianco dell’amico Jeff Daniels, e di cui arriveranno pure due sequel, Ace Ventura – Missione Africa, e Scemo&più scemo 2, diretto dai fratelli Farrelly. La svolta cinematografia che segna l’ascesa e conferma. Titoli a cui aggiungere Il Rompiscatole, Bugiardo, bugiardo, Una settimana da Dio, Yes Man, Io, me&Irene, per sancirne la leggenda, con Joel Schumacher che lo ha chiamò in Batman Forever nei panni di Edward Nigma, alias l’Enigmista, e poi nel thriller Number 23.

Ma è stato Peter Weir a regalargli il ruolo perfetto di Truman Burbank, ne Il Truman Show, il capolavoro recitativo e illusorio, per il quale conquistò il primo Golden Globe in un ruolo drammatico, sdoganandosi finalmente dai cliché che lo relegavano solo in certe storie. Allora sfumò la candidatura all’Oscar, battuto, come scherzosamente dirà poi dal palco, solo da Roberto Benigni. Geniale, affascinante, irriverente. Come Il Grinch, magistralmente interpretato per Ron Howard, ed entrato nei classici delle feste, come il Conte Olaf in Lemony Snicket - Una serie di sfortunati eventi, come il Joel Barish di Se mi lasci ti cancello, altra prova monumentale, tra sogno e realtà, amore e sconfitta, al fianco di Kate Winslet. E proprio col regista di quest’ultimo gioiello, Michel Gondry, si è fatto dirigere nelle due stagioni di Kidding - Il fantastico mondo di Mr. Pickles, da lui pure prodotte, raccontando di un presentatore televisivo per bambini, che ad un tratto deve affrontare una tragedia personale e complessa. 

Carrey e l’arte. È (stata) un’ancora di salvezza, piena di colori, sfumature politiche e creative, un altro aspetto illuminante, poco noto, ma da recuperare nel documentario breve, Jim Carrey: I Needed a Color, o nelle sue mostre allegoriche di dipinti, in cui ritrae provocatoriamente l’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma anche se stesso. Opere bellissime, dal forte impatto, nelle quali vira su temi e soggetti diversi, immergendo le mani nella tavolozza delle sue visioni e narrazioni. Immagini, parole e suggestioni, che brillantemente ha poi messo su carta in una semi-autobiografia da leggere d’un fiato, edita da La Nave di Teseo, Memoirs and Misinformation, scritta con Dana Vachon, che in poco tempo si è rivelata un best-seller assoluto. Una vita intensa, scandita da due matrimoni, con Melissa Jaine Womer, da cui ha avuto l’unica figlia, Jane, e con Lauren Holly, diversi relazioni, da Renée Zellweger a Jenny McCarthy, ed un dolore mai superato, il suicidio dell’ex compagna, Cathriona White, pochi giorni dopo essere stata lasciata da lui. Jim il mattatore, che negli ultimi anni ha ceduto il passo ad un Carrey più introspettivo, sperimentale, cupo, visto ad esempio in Dark Crimes di Alexandros Avranas, o in un cameo di The Bad Batch di Ana Lily Amirpour, tornerà nuovamente in Sonic 2, rivestendo voce e corpo del Dr. Ivo "Eggman" Robotnik. «L’arte è una vocazione autentica e di perfetto isolamento che mi ha travolto fin da ragazzo, affermò. Sognavo di diventare un fumettista, ora ho capito che devo seguire l'istinto. Anche se sono stati i ruoli a trovarmi, ho rivestito dei personaggi, anche ridicoli, dietro ai quali però c’era sempre un significato profondo: il cambiamento ha coinciso con il mio desiderio di rischiare. La differenza la fa l’onestà, è stato quello l’aspetto sovversivo».