Javier Bardem, il camaleonte del cinema. "Ma non sono mai stato un sex symbol”

L’arte vissuta fin da bambino, spiando e accompagnando sui set la madre Pilar. Javier Bardem, splendido 52enne, è oggi l’incarnazione sempre più perfetta dell’attore versatile

L’arte vissuta fin da bambino, spiando e accompagnando sui set, a teatro, la madre Pilar, scomparsa lo scorso luglio, che diventando anche il suo mondo, prima attraverso la pittura, poi col cinema. Javier Bardem, splendido 52enne, è oggi l’incarnazione sempre più perfetta dell’attore versatile, impegnato, capace di coniugare progetti importanti, commerciali, indipendenti, alternando concretezza da attivista e ambientalista, come lo splendido documentario Sanctuary, realizzato insieme a Greenpeace Spagna.

Oltre 30 anni di carriera, scanditi da grandi autori e collaborazioni, il debutto con Bigas Luna (Le età di Lulù), l’amico Pedro Almodóvar, la conquista di Hollywood. Interpretazioni memorabili: Prima che sia notte di Julian Schnabel, il cinico killer (baciato con l’Oscar come attore non protagonista) in Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen, lo straordinario ritratto di Ramón Sampedro in Mare dentro, dal pittore-latin lover per Woody Allen (Vicky Cristina Barcelona), accanto alla futura moglie, Penélope Cruz, all’ultimo Being the Ricardos nei panni di Desi Arnaz, attore ed ex marito di Lucille Ball. Adesso, però, è il momento di trasformarsi nuovamente, grazie al terzo film diretto da Fernando León de Aranoa, Il capo perfetto, uscito il 23 dicembre, distribuito da Bim, ancora in lizza per entrare nella cinquina degli Oscar per la Spagna. L’ennesima svolta, nella quale impersona il capo di un’azienda di bilance, pronto a tutto per far bella figura di fronte alla commissione, incaricata di valutare l’efficienza lavorativa e dei dipendenti, senza sapere che in realtà tutto (anche a livello personale) è legato a un filo, a un sottile “equilibrio”. Una commedia divertente, piena di satira e humour, in cui Bardem veleggia ancora da mattatore.

Da "Escobar - Il fascino del male" a questo film, da sex symbol a boss dalla dubbia moralità. Come ci si sente?

"Beh, è passato molto tempo dall'ultima volta che mi hanno definito un sex symbol, se mai davvero lo sono stato. (ride, ndr). Cambiare fisicità è sempre qualcosa di divertente, ma è anche un dovere se vuoi ritrarre certe sfumature del personaggio. Non succede ogni volta, qui sì: abbiamo pensato infatti a invecchiarlo di più nell’aspetto, dandogli una certa presenza intellettuale, in modo che alcune situazioni nella storia potessero accadere. La gente si fida di lui, ne è conquistato, lo ascolta, sembra brillante, affascinante, e questo è un problema, perché tutti poi cascano nella sua rete. Rompe gli schemi, passo dopo passo, si crede più importante e al di sopra.  Il film è l’occasione per vedere un certo tipo di realtà dietro le quinte di un’azienda. Vediamo le manipolazioni, gli abusi di potere, le relazioni, la mancanza di unione, anche tra i lavoratori, di solidarietà, che sono oggi elementi rilevanti da osservare negli ambienti di lavoro. Qui lo facciamo attraverso l’umorismo, finché non c'è un momento, quando alcuni iniziano a sentirsi a disagio, dove ridono di ciò che però riguarda loro".

Secondo lei cosa rende un capo davvero “perfetto”?
"Personalmente ho avuto la possibilità, in tanti anni di carriera, di lavorare con produttori e registi straordinari, non ricordo però come questi riuscissero a far bene senza l’aiuto degli altri. Ed è così. Possiamo essere brillanti in quello che facciamo, ma a meno che non ci venga data la possibilità di mostrare quanto lo siamo, ci ritroviamo fuori dalla nostra zona confort: possiamo scrivere da soli un libro nella nostra stanza, ma abbiamo sempre bisogno di un editore, di qualcuno che lo pubblichi, lo promuova, di lettori. Un buon capo è una persona che rende davvero tutti partecipi del successo, si assume le responsabilità quando le cose non vanno bene, senza attingere scuse, è uno che ci mette la faccia".

Riguarda anche un certo tipo di etica, no?

"Assolutamente. Si tratta di conoscere i confini, sapere che la mia libertà si ferma quando inizia la tua di libertà".

Crede che oggi ci sia equità o giustizia nella nostra società?

"Esiste un concetto orribile, chiamato ‘Realpolitik’, il quale definisce, come dire, l’equilibrio nell'intero sistema politico, geografico, sociale, ma che ha permesso comunque delle atrocità, crimini impuniti, non condannati, persi nel tempo, quasi dimenticati, tutto solo per paura che si creasse il caos". 

Ad esempio?

"Penso alle recenti tensioni riguardo il Sahara occidentale, tra Marocco e la Spagna, con l'Europa in generale, a controllare le frontiere per l'immigrazione, le attività di pesca, che allo stesso tempo, però, ha lasciato centinaia di migliaia di persone abbandonate lì nel deserto, senza una vera occupazione. Questa sì che è politica, ed è qualcosa che mi spaventa".