Jasmine Trinca si mette a nudo: "Un film per far pace con mia madre e ringraziarla"

"Marcel!" è un viaggio al femminile, tra una madre e una figlia, volto a scoprirsi, a capirsi, a guardarsi dentro, con maggior consapevolezza e un pizzico di sana immaginazione e follia. E forse a perdonare.

Un viaggio al femminile, tra una madre e una figlia, volto a scoprirsi, a capirsi, a guardarsi dentro, con maggior consapevolezza e un pizzico di sana immaginazione e follia. E forse a perdonare. Jasmine Trinca riannoda, in maniera personale, quello che aveva iniziato a comunicare l’anno scorso attraverso il cortometraggio Being My Mom, girato durante il lockdown: una prima volta registica, sentita, utile a portarla ora al grande passo.

L’occasione è Marcel!, presentato al Festival di Cannes come evento speciale, dove l’attrice italiana è tra i giurati del concorso internazionale, in sala dal 1° giugno grazie a Vision Distribution.

Il Marcel della situazione altro non è che un cane, protagonista degli spettacoli di strada di una madre-artista (interpretata da Alba Rohrwacher) e della sua bambina (l’ottima debuttante, la giovanissima Maayane Conti).

Un rapporto imprevisto, in evoluzione, nella quale i ruoli sembrano più volte ribaltarsi, ma nel quale emerge una relazione fatta d’amore,  scandita oltremodo da dolori, gioie e scoperte (l’una verso l’altra), il desiderio di  comprendersi alla fine. Una storia dai toni quasi “felliniani” (pensiamo a La strada), con qualche scorcio “dark” e fiabesco, in cui realtà e immaginazione (pure commedia) si alternano e si confondono.

“All’’arte si deve la vita”, si sente dire nella pellicola, ma è anche il simbolo riguardo ai colori della memoria, di ricordi sbiaditi, come quelli di una vecchia fotografia, tornati alla luce e pronti a dire nuovamente qualcosa in più rispetto al passato. Una voce, che Jasmine Trinca mette a nudo adesso in un lavoro intimo e personale, oltremodo curativo e di rielaborazione (che dedica infine ai genitori), ambizioso e coraggioso al punto giusto.

E non potrebbe essere altrimenti per una donna, cresciuta parallelamente insieme ai suoi personaggi, dal debutto speciale ne La stanza del figlio di Nanni Moretti (Palma d’oro proprio a Cannes nel 2001) passando per La meglio gioventù, Fortunata, Miele di Valeria Golino, al meditativo Un giorno devi andare di Giorgio Diritti, immergendosi nei panni di Ilaria Cucchi (in Sulla mia pelle). Figure forti, in debito, fragili, trasversali, eppure prodighe nel guardare la vita con fierezza, profonda umiltà, rara semplicità. Un po’ come lei fuori dal set, che star non è mai voluta essere.

"Di coraggio si tratta se penso a questo film", racconta l’attrice. "In 20 anni ho avuto tanti incontri, esempi, ma qui ho provato a ribaltare lo sguardo, mi sono detta "sarebbe bello guardare le cose dall’altra parte". La trasformazione creativa del vissuto mi ha dato forza, tutto diventava più leggero e intenso durante la lavorazione. Mia mamma era una donna molto libera, sicuramente più di me, anche di adesso, era un’avanguardista, sicuramente non era una madre devota alla figliolanza, ma mi ha trasmesso il senso del femminile: il film è un tentativo di far pace e ringraziarla". Una madre “supereroina”, la definisce, che ha creduto nell’arte, nelle complessità, nel non voler uniformarsi agli schermi.

Il piccolo mondo, l’intimità della regista (ma in fondo è quella di molti altri), si allarga allora in maniera universale, regalando un’opera, forse non perfetta, ma piena d’ironia, libertà, ispirazioni, come svela, dai Chaplin ai Peanuts di Schulz. E piena, quello sì, di una verità da autrice vera, in grado (per ora) di scomparire dalla scena, e crescere ancora.