Quando De André seppellì il cellulare in giardino: intervista a Veltroni sul film miracoloso

"Quando De André e la PFM decisero di unirsi, tutti erano contrari all'incontro di due realtà così diverse. Eppure loro lo fecero lo stesso e lo vissero come una grande opportunità. Oggi invece si alzano muri e si costruiscono paletti tra generi, culture, etnie”: intervista al regista

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Il film si apre con la voce fuori campo di Dori Ghezzi che racconta la famosa idiosincrasia di Fabrizio De André per tutto ciò che la tecnologia incarnava, mentre la macchina da presa sorvola gli ulivi de l’Agnata, vicino a Tempio: “Quando vivevamo in Sardegna per un periodo siamo stati anche senza corrente elettrica. Non avevamo il fax, non si parlava nemmeno di televisione. Poi un giorno gli regalammo un telefonino perché spesso era in tour e avevamo la necessità di ritrovarci in qualche modo. Ma, dopo appena due mesi e una bolletta milionaria, Fabrizio ci invitò tutti fuori dove c’è l’albero del fico, prese una zappa e scavò una fossa. Poi ce lo buttò dentro. Aveva fatto il funerale al cellulare. Chissà forse è ancora lì”. E il film si chiude proprio con il disseppellimento di quel cellulare. Quasi a sottolineare che a volte la tecnologia è utile. E, anzi può compiere miracoli. E senz’altro è un miracolo rocambolesco e insperato il documentario racchiuso tra quelle due scene, “Fabrizio De André & PFM – Il concerto ritrovato”, che sarà nei cinema il 17, 18 e 19 febbraio, anche per celebrare gli 80 anni dalla nascita del grande cantautore.

Grazie al ritrovamento e al restauro del filmato dello storico concerto che Fabrizio De André e la PFM fecero a Genova il 3 gennaio del 1979, un filmato che si credeva perduto per sempre e che invece per 40 anni è stato custodito dal regista Piero Frattari, ora infatti è possibile vedere le uniche immagini di quella straordinaria tournée, che durò poco più di un mese ma che produsse due album live entrati nella storia. A costruire un film partendo dalla registrazione video completa di quel concerto e integrandola con interviste ai protagonisti, è Walter Veltroni, che oltre a essere politico, giornalista, scrittore, è anche regista di alcuni bellissimi documentari come “Quando c’era Berlinguer”, “I bambini lo sanno” e “Indizi di felicità”.

Veltroni, questo è il suo primo documentario in cui non mi ritrovo in lacrime.
“Davvero? Mi spiace averla fatta piangere…”.

“Ma no, erano lacrime di commozione. Stavolta invece che cosa le premeva che venisse fuori da questo film?
“Volevo restituire l’atmosfera di quegli anni e la meraviglia di un incontro tra la canzone d’autore di Fabrizio De André e la musica rock della Pfm, che sono stati capaci di dare vita a una meravigliosa creatura, venuta a galla miracolosamente dopo 40 anni, come una nuova Atlantide”.

Vedendolo, mi hanno colpito due aspetti: il gusto dell’azzardo e del rischio che hanno dimostrato i musicisti della Pfm ma soprattutto De André nel fare qualcosa caldamente sconsigliato dalle reciproche tifoserie; e anche il modo di rapportarsi agli inevitabili contestatori, così frequenti in quegli anni, senza fuggire, senza nascondersi, ma anzi rispondendo a viso aperto, dal palco.
“Sono d’accordo su entrambi gli aspetti e in particolare vorrei sottolineare quello dell’azzardo. Quando De André e la PFM decisero di unirsi, anche i loro amici più cari e i loro pubblici così diversi erano perplessi dalla commistione di due realtà così diverse. Eppure loro lo fecero lo stesso e lo vissero come una grande opportunità, creando qualcosa di bello. Oggi invece si alzano muri, si costruiscono paletti tra i generi, le culture, le etnie”.

E riguardo ai contestatori?
“Gli anni Settanta erano anni duri, densi di contestazioni, in cui c’erano cantanti e artisti che per anni hanno rinunciato perfino a salire sul palco. E invece De André a La PFM trovarono una misura: da un lato dialogavano ma dall’altro contrastavano queste forme di dissenso con altre cose capaci di contenere questi malumori che comunque non erano contro di loro”.

Lei ha conosciuto De André e ha mai visto uno dei concerti di quel mitico tour?
“No, purtroppo non mi è capitato. Conosco da anni però Dori Ghezzi e i musicisti della Pfm”.

La scaletta di quel concerto prevedeva 14 brani, uno più famoso e bello dell’altro. Quale le appartiene di più?
“Ci sono canzoni meravigliose come “Il pescatore”, “Bocca di Rosa” , “La guerra di Piero”, ma quella che sento più mia è “Amico Fragile”. È una canzone che mi scuote il cuore. Si sente che dentro c’è qualcosa di molto vero”.

In questi giorni anche Sky Arte sta presentando un film su Fabrizio De André e la Pfm sta portando in tour le sue canzoni. Oltre naturalmente al premio a lui intitolato, alle decine di progetti che riguardano la sua musica, al film andato in onda con enorme successo sulla Rai. Secondo lei perché c’è ancora tutto questo interesse per la figura di Faber?
“Perché è profondo in un tempo che ha bisogno di profondità. La forza del suo modo di raccontare arriva ai quindicenni di oggi così come arrivava a noi tanti anni fa”.

Col cinema si fa politica? E se sì, qual è il messaggio di questo film?
“Sì,  erto. In questo caso, però, il messaggio più che politico è civile e sta tutto nella bellezza dell’incontro tra diversità”.