"Il venditore di medicine": Ferrari e Santamaria contro la lobby del farmaco

di Cinzia Marongiu

Al Festival di Roma va di scena l’impegno ed è un film italiano a farsene bandiera. Incuriosisce fin dal titolo, Il venditore di medicine, così poco accattivante e già così diverso. D’altra parte si parla di una delle truffe più odiose che si possano architettare, quella fatta sulla pelle della gente, a spese dei malati, a spese di tutti noi. Il venditore di medicine si chiama Bruno ed è un Claudio Santamaria in stato di grazia, per quanto bene riesce a rendere quest’uomo al contempo vittima e carnefice, in preda all’isteria da anfetamina e alla disperazione indotta dai licenziamenti che la casa farmaceutica per la quale lavora sta facendo. Fuori tutti, tranne i più bravi, ovvero quelli disposti a corrompere i medici pur di piazzare i farmaci: in cambio della prescrizione, si o. E lui, Bruno, di freni morali non ha. Inganna i colleghi, tradisce perfino le persone a lui più vicine, compresa la moglie. Un film coraggioso fortemente voluto da Antonio Morabito, che oltre a firmare la regia, è autore del soggetto e della sceneggiatura e racconta di quanto difficile sia stato riuscire a fare un film sullo scandalo della sanità più grosso e più taciuto. “Mi sono molto documentato e ho parlato a lungo con diversi venditori di farmaci che naturalmente mi hanno chiesto il totale anonimato. Il fatto è che la maggior parte dei nuovi farmaci che vengono immessi sul mercato sono inutili. Un nuovo farmaco immesso non deve dimostrare di essere più efficiente di un suo competitor già sul mercato, ma soltanto di essere superiore al placebo, ovvero all’acqua fresca. Questo naturalmente non fa altro che arricchire le case farmaceutiche. Secondo una ricerca fatta in Francia, ad esempio, su 3000 nuovi farmaci 2500 risultano inutili”. E poi rivela: "in tanti hanno cercato di metterci i bastoni tra le ruote, negandoci ospedali per girare o inviandoci mail ambigue e minacciose".

Il coraggio di andare contro-corrente - Del film, una co-produzione tra RaiCinema, la RSI svizzera e la Classic Srl, parla con grande passione anche il produttore Amedeo Pagani:”Il nostro cinema deve raccontare anche la realtà, compresa quella più scomoda e non soltanto le commedie. Ma chi l’ha detto che al pubblico piacciono solo le commedie? Al pubblico piacciono le storie interessanti, che emozionano e che coinvolgono”.

 Isabella Ferrari e quello scandalo mai digerito - Del cast fa parte anche Isabella Ferrari, nel ruolo di una capo-area, anche lei quasi priva di sentimenti. “Un ruolo che ho accettato subito perché per una volta non mi si offriva di scavare nei rapporti intimi di una persona, ma in quelli professionali. E poi la produzione di Amedeo è una garanzia”. L’attrice parla anche delle polemiche con le quali fu accolta l’anno scorso la sua performance in E la chiamano estate proprio al Festival del cinema di Roma. “La verità è che sono rimasta scandalizzata all’idea di aver fatto scandalo. Ancora oggi non capisco cosa ci fosse di tanto scandaloso in quel film, soprattutto alla luce di ciò che si vede in giro. Detto questo, tendo a dimenticare tutto, critiche e applausi. Solo i premi restano ed è una consolazione guardarseli ogni tanto”.

C'è pure Marco Travaglio - Nei panni di un primario di oncologia, il professor Malinverni, gelido osso duro difficile da corrompere ma poi alla fine ricattato e ricavabile pure lui, c'è Marco Travaglio. "Quando pensavo a quel ruolo mi veniva in mente la sua faccia e dopo aver passato al vaglio diversi attori e diverse ipotesi che però non mi soddisfacevano, ho deciso di provare a chiamarlo", racconta Morabito. "E lui, incredibilmente, ha detto subito di sì, anche perché gli piaceva molto il taglio quasi documentaristico e sostenuto da un'accurata indagine, che ha questo film".