Morricone e quella "umiliazione gravissima" mai digerita: la leggenda di "Ennio"

Innovativo e rivoluzionario, nello sperimentare e conoscere, discreto nella sua straordinaria semplicità di trascrivere le note, che dalla testa allo spartito, faceva vibrare in maniera dinamica, magica, viva, iperrealistica.

Ennio Morricone, scomparso il 6 luglio 2020, da allora non ha certo smesso di ispirare e condividere quel genio. Succede ora nel film-documentario diretto da Giuseppe Tornatore, in uscita dal 17 febbraio distribuita da Lucky Red, presentato lo scorso settembre fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, e che si concentra nel titolo citando il nome del maestro, Ennio. Due e ora mezza di cinema da incorniciare, cinque anni di lavoro (e montaggio) certosino, riannodati dall’autore che più lo ha conosciuto in 30 anni di carriera (dieci film realizzati insieme, da Nuovo Cinema Paradiso a La Corrispondenza), fatto di rivelazioni, curiosità, interviste, spezzoni di pellicole, tutti chiamati a decifrarne la cifra monumentale, stilistica, umana, personale, ascoltata in primis attraverso la sua voce, che gradualmente ripercorre i momenti salienti, anche dolorosi. Ricordi di quando, ragazzo, durante la Seconda Guerra Mondiale, insieme ad una piccola orchestra, suonava la tromba (cosa ereditata dal padre), spostandosi da un hotel all’altro, unicamente per mangiare. “Significava sopravvivere. Qualcuno metteva il piattino delle offerte: fu un umiliazione gravissima, sentita sulla pelle, dice commosso, “che non ho più amato”.

Ma Morricone, qui, prende ulteriormente forma e spessore nelle testimonianze di altri nomi, registi, collaboratori, cantanti, musicisti e musicologi, ognuno pronto a vestirsi da ammiratore e spettatore riguardo a qualcosa di incredibile. Immagini e parole, suoni e note, invenzioni geniali, tipo il verso del coyote, “divertente e drammatico”, scritto per accontentare Sergio Leone ne Il Buono, il Brutto e il Cattivo “il primo accordo arrivava quando mi raccontava il film”.

O come, sempre per Leone, l’uso del flauto di Pan, inserito in C’era una volta in America “lo metterò dove serve”, che risuona nella scena della morte di Dominik davanti a Noodles. Leggendario. O come l’attacco di In ginocchio da te, voluto da Franco Migliacci, e cantata poi da Gianni Morandi, “Morricone colorava le canzoni, e le faceva diventare un’altra cosa”. Una terza prova, definitiva, prendere o lasciare, “una schifezza” secondo lui, che tra archi, pianoforte, si è tradotta in una delle introduzioni più belle mai arrangiate. Memorabile, suggestivo, oltre i confini della musica stessa.

Parlano gli amici, i grandi, da Bernardo Bertolucci “non ho mai visto un fenomeno come lui”, a Dario Argento, Oliver Stone, da Quentin Tarantino (con cui ha vinto l’Oscar per The Hateful Eight, dopo quello alla carriera nel 2007, definito meglio di Schubert e Beethoven), Carlo Verdone, Clint Eastwood, Quincy Jones, a Barry Levinson.

E così lo citano Gino Paoli “un personaggio enigmatico, anche se non sembra”, Giuliano Montaldo “un grande talento, nascosto benissimo, ma esploso ogni volta che scriveva”, Nicola Piovani “è la grande eccezione a tutte le regole”, Bruce Springsteen che dopo aver visto Il Buono, il Brutto e il Cattivo corse per la prima volta a comprarsi l’album, ed Alessandro De Rosa, autore di Inseguendo quel suono, una conversazione-biografia sempre da rileggere “ha la caratteristica incredibile di essere sempre se stesso, ma al tempo stesso di essere anche un’altra persona”.

Ennio esplora l’inventiva di Morricone, ne rintraccia equilibrio e visione in ogni angolo del mondo, lo ritrae intimo, anche mentre fa ginnastica e stretching nel proprio salotto, ne scandisce soprattutto il ritmo del compositore, quello delle 600 colonne sonore, impossibile citarle tutte (Mission, Gli Intoccabili, Vittime di guerra, La trilogia del Dollaro, C’era una volta il West, Malena, La leggenda del pianista sull’oceano, Metti una sera a cena, Sacco e Vanzetti), degli arrangiamenti e partiture mitologiche in brani entrati nella storia: Il Barattolo, Se telefonando, Abbronzatissima,

Il mondo, Sapore di sale. È un’esperienza visiva, empatica, travolgente, in cui, ridendo e commuovendoci, si va a scuola di vita, incorporando un’esistenza unica nella quale emergono anche altri lati (dichiarati) del Maestro: la passione per gli scacchi, l’amore incontrastato per la moglie Maria, la vera consigliera, per la contaminazione musicale contemporanea, pop, assoluta, gli anni di studio al conservatorio, il desiderio di essere inizialmente accettato, l’esigenza, poi, anzi l’attrazione, di spingersi fino all’ultimo in luoghi e generi invalicabili.

Cos’è una pagina bianca in fondo? “Lì c’è un pensiero, dice ancora Morricone, “che si deve sviluppare e deve andare avanti, alla ricerca di cosa, non lo sappiamo..”