Cate Blanchett tra molestie e potere: "Io direttrice gay che abusa della sua orchestrale"

Ennesima prova di forza e recitazione per un’artista, già doppio premio Oscar: è protagonista in "Tar", in concorso a Venezia

Un film non pensato, ma per lei, e che senza non sarebbe esistito. Protagonista: una sontuosa (ancora) Cate Blanchett.

Il titolo in questione è Tár diretto da Todd Field, passato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (in Italia dovremo aspettare il prossimo febbraio 2023 per vederlo), e che narra, in maniera immaginata, la figura di Lydia Tár, prima direttrice donna e fondatrice dell’ Accordion Conducting Fellowship, il cui principio fondatore è quello di offrire opportunità imprenditoriali e contratti lavorativi alle giovani che vogliono intraprendere il suo mestiere.

Ennesima prova di forza e recitazione per un’artista, già doppio premio Oscar (per Blue Jasmine di Woody Allen e The Aviator di Martin Scorsese), che oggi, a differenza di quanto si possa credere, è l’emblema dell’antidivismo, seppur in realtà emani atmosfere dei tempi d’oro di Hollywood. Mai scontata nelle scelte, ruoli, non importi che siano drammatici, brillanti, camaleontici (come in I’m Not There, nei panni di uno dei Bob Dylan), in costume (meravigliosa Elisabetta I d’Inghilterra in Elizabeth e Elizabeth: The Golden Age) o fantasy, nei panni di Gadriel, nella trilogia de Il Signore degli Anelli. Il fatto è Cate Blanchett sa illuminare la scena, qualunque cosa tocchi.

In questa ultima pellicola iniziamo a conoscerla, proprio all’inizio, in una lunga intervista che il via alla storia, seguendola nell’arco breve di tre settimane, nelle quali però impariamo a conoscerne pregi e qualità, in vista di un’attesa esibizione dal vivo della Quinta Sinfonia di Mahler e dell’importante presentazione di un suo libro.

A guardarla sembra l’emblema della perfezione. Una leggenda vivente che dirige, insegna, fa da mentore, rivoluziona, ma è anche fragile, pungente, protettiva nei confronti riguardo la sfera privata, nella quale convive col primo violino, Sharon (interpretata da Nina Hoss). È all’apice ormai del successo, consolidata tra le più grandi, fino a quando qualcosa (o qualcuno?) rompe l’armonia, accusandola di favorire alcune, piuttosto che altre, usando la propria posizione.

Sul resto non sveliamo. Anche perché Tar è un viaggio filmico particolarmente lungo (quasi tre ore) che sa introdurci non solo ad un linguaggio di movenze, termini, rimandi, grandi nomi, sa muoversi al femminile, anche grazie alla sua assistente e ad una nuova allieva, piena di talento, entrambe ambiziose di emergere e di mettersi in mostra.

Ma a stupire, però, è la solidità di una Blanchett capace di impersonare chi vuole, alzando nuovamente l’asticella

della recitazione. Performance in odore di premi, e sicuramente di una nuova nomination alla statuette dorate.

«C’è qualcosa che tormenta il mio personaggio, il suo passato, una persona», ci racconta l’attrice australiana. «Dall’altro lato ha cercato dunque di reinventarsi attraverso la musica. È un film sulla natura umana e le relazioni, su come possono trasformare, evolvere, la nostra personalità, sui pregiudizi. Il fatto dell’orientamento sessuale passa in secondo piano, qui la sfida affascinante era vedere i volti diversi delle cose, e di come dal podio, si possa facilmente cadere in base. Per risalire alla fine serve coraggio». E di coraggio, la Cate internazionale, continua ad averne.

«Quando sono entrata nel cinema e nel teatro, mi dissero “goditi ogni momento, perché avrai 5 anni”.

Le cose stanno cambiando, abbiamo grandi uomini a guidarci, ma è anche importante relazionarci con i nostri fratelli.

Diciamo che sto ancora spiccando il volo, ma la fiducia è l’essenziale se vuoi intraprendere un certo cammino.

La cosa più difficile? Fare da assistente a mio figlio quattordicenne».