Avati: "Racconto la sconfinata giovinezza che nasce dalla malattia"

Avati: 'Racconto la sconfinata giovinezza che nasce dalla malattia'
di Cristiano Sanna

Una giovinezza imprevista, inattesa, che arriva nella stagione autunnale della vita. Più di una giovinezza, una nuova infanzia che sboccia nella mente piagata, e plasmata, dalla malattia. Il tema, raro per il cinema italiano, viene affrontato nel nuovo film di Pupi Avati, Una sconfinata giovinezza (prodotto da DueA con Rai Cinema e distribuito da 01 Distribution). Quando la patologia irrompe nella vita di una coppia, ogni priorità precedentemente stabilita salta in aria. Preoccupazioni, obiettivi, sogni, devono essere riconsiderati in modo drastico. Ma creano anche un'intesa intima come mai lo era stata prima. Il film, in uscita l'8 ottobre, è interpretato da Francesca Neri e Fabrizio Bentivoglio. Ne abbiamo parlato con il regista.

Avati, Una sconfinata giovinezza è, paradossalmente, la storia di una malattia che colma un vuoto esistenziale, è d'accordo?
"Sì, decisamente si tratta di questo. Quando Lino, il giornalista protagonista del film, interpretato da Bentivoglio, comincia a non trovare le parole e a sentirsi stanco, i primi sintomi dell'Alzheimer, la sua vita ne è stravolta. Così come quella di Chicca (Francesca Neri), la moglie che lotterà con tutta se stessa per stargli vicino e mantenere aperta la comunicazione con lui. Il grande cruccio della coppia, non aver mai avuto un figlio, sarà superato dall'insorgere dalla malattia degenerativa. Lino diventerà il bambino che, con Chicca, non hanno mai avuto, in una continua mescolanza di ricordi, fantasie, passato e presente". 

Un tema, quello della malattia, che raramente viene affrontato nel cinema italiano. Come mai?
"Perché è poco redditizio. l successo al botteghino va ai film d'evasione, alle commediole disimpegnate, ai cinepanettoni. Negli ultimi anni, a parte Le chiavi di casa di Gianni Amelio, francamente non ricordo film sul tema della disabilità. Che invece vengono fatti, e perfino con fortuna in termini di incassi, all'estero. A cominciare da Hollywood":

Lei parla di cinema disimpegnato, eppure almeno in tempi recenti, con autori come Garrone e Sorrentino, i film che mostrano le pieghe oscure della società italiana, gli aspetti meno consolanti, cominciano ad avere spazio e successo.
"Sono comunque casi purtroppo limitati. L'eco internazionale di Gomorra è stato facilitato dal successo precedente del libro di Saviano. Ma non voglio certo sminuire le doti dei giovani registi. Il fatto è che se si vanno a guardare i risultati al botteghino di quelle pellicole, purtroppo l'esito è scoraggiante. Chi produce bada soprattutto al ritorno economico, non alla funzione culturale e sociale di un'opera d'arte. Ed è un peccato, perché oggi si gira un decimo dei film che si facevano negli anni Sessanta, eppure nelle nuove generazioni di registi c'è una grande volontà di cinema impegnato, che mostri aspetti della nostra società che sono stati ignorati troppo a lungo, in anni di cinema di pura evasione".

Tutti ricordano anche il giovane Avati di film "cult" come La casa dalle finestre che ridono e Tutti defunti tranne i morti. Storie paurose, inquietanti, grottesche, ambientate tra le nebbie delle Bassa ferrarese. Un caso unico nella cinematografia italiana. Non ha mai avuto il desiderio di tornare a quelle atmosfere?
"Quei film che molti ancora ricordano e forse rimpiangono potevano essere fatti soltanto da un me stesso molto più giovane, la cui principale preoccupazione era trasmettere uno shock agli spettatori. Quelle storie, in cui travasavo molti racconti spaventosi dell'oralità contadina in cui ero cresciuto, spaventavano me già mentre le scrivevo. Anni di di vita e di cinema mi hanno fornito una sensibilità diversa, una maggiore attenzione all'impatto emotivo che il mio cinema può avere sul pubblico. C' è una maggiore attenzione alla dimensione intima della vita, allo scavo psicologico. Il papà di Giovanna prima, e ora questo Una sconfinata giovinezza, sono frutto di questo nuovo approccio, come pure diversi miei film precedenti".

Francesca Neri, attrice che ormai è raro vedere al cinema, sta diventando una presenza fissa nei suoi film.
"Abbiamo un'intesa speciale che stimola Francesca ad accettare il lavoro da fare assieme. Lei ha scelto una forma di esilio dal cinema che sfruttava la sua avvenenza fisica. Nei miei film viene fuori la sensibilità interpretativa della Neri. Amiamo vincere le scommesse: il suo fascino e la sua bravura, nonostante in Una sconfinata giovinezza sia invecchiata dal trucco per esigenze di copione, risaltano ancora di più. Come era accaduto per la Katia Ricciarelli attrice in La seconda notte di nozze".

Lei ha girato molti film, molto diversi fra loro. Ma qual è il progetto di una vita, quello che desidera realizzare da sempre?
"E ' proprio quello che sto preparando in questo periodo.Un film nello stile di Heimat, di Reitz, che parte dal privato, in questo caso Un matrimonio (che è anche il titolo), per raccontare quarant'anni di storia e società italiana, dal 1968 al 2008. E' il mio sogno di una vita, sta diventando realtà".