Antonio Albanese: "Io figlio del sottobosco proletario che inseguo la normalità"

"All'epoca del mio debutto con "Uomo d'acqua dolce" mi dissero “Albanese questo sarà il tuo primo e ultimo film”. Ed invece da allora sono passati 25 anni": intervista-bilancio con l'attore che in coppia con Paola Cortellesi sta sbancando di nuovo il botteghino

Antonio Albanese in una scena di 'Come un gatto in tangenziale 2'
Antonio Albanese in una scena di "Come un gatto in tangenziale 2"

Solo e unico. Antonio Albanese, one man show, è sempre pronto a stupire, ad ogni appuntamento, progetto, dal cinema al teatro, raccontando di sé e delle cose che più lo hanno formato. Succede per magia all’ultimo Lecco Film Fest, dove, tra gli ospiti, ha inaugurato un cinema-teatro nuovo di zecca, insieme all’amico e direttore del Festival, Don Davide Milani. Un segno importante, una promessa mantenuta rispetto all’ambiente dove è cresciuto, «la mia acqua, le origini, la comunità, dice, che diede a mio padre la possibilità, da emigrato, di formare una famiglia e star sereno». L’occasione di ripercorrere vita e carriera, coincide anche, soprattutto, raccontando l’uscita di Come un gatto in tangenziale – Ritorno a Coccio di Morto, in sala il 14 e 15, e poi dal 26 agosto, di nuovo insieme a Paola Cortellesi, diretto da Riccardo Milani, distribuito da Vision Distribution. Uno dei titoli forti della stagione, in cui i personaggi di Giovanni e Monica provano ad evolversi ulteriormente.

Cosa l’ha convinta a far parte ancora del progetto?
"L’idea del sequel, e riprendere il personaggio, mi spaventava inizialmente un po’, perché proseguire con un successo (oltre 10 milioni di euro nel 2017) non è mai facile. Poi leggendo la sceneggiatura mi sono detto “ci possiamo divertire molto”. C’era uno sviluppo incredibile, si ride di più rispetto al primo, ma ci sono anche tematiche profonde: l’ironia può spaziare, raccontare una realtà, magari non proprio serena, attraverso la comicità. Poi c’è Paola (Cortellesi, ndr), siamo ormai fratello e sorella, e Riccardo (Milani, ndr), con cui realizzerò anche la prossima pellicola: è un grande onore. Usciremo circa 900 copie in tutta Italia, ed è una bellissima responsabilità, positiva, poter rivedere la gente al cinema, che nonostante restrizioni e regole, rimane uno dei posti più sicuri".

 

 

Venticinque anni fa invece ci fu il suo debutto alla regia, Uomo d’acqua dolce, che ricordo ha?
"All’epoca un distributore mi disse, “Albanese questo sarà il tuo primo e ultimo film”. Ed invece da allora sono passati 25 anni. Ricordo benissimo il giorno prima delle riprese, mi trovavo in un albergo a Varenna, pioveva a dirotto, ero teso, non dormii per tutta la notte, la mattina dopo si aprì un bellissimo sole, fu magico. Quel film diede l’opportunità di mettermi alla prova, avevo bisogno di dirigere, fu grazie a Vincenzo Cerami, che con me sceneggiò, che però trovai il coraggio di lavorare nelle mie terre. È un film dolce appunto, dove l’ingenuità ha un sapore quasi trasgressivo: lo dedicai a mia figlia.

Ha voglia di mettersi di nuovo dietro la macchina da presa?
"Di sicuro tornerò, c’è già un progetto, speriamo bene".

Se ripensa invece agli incontri che l’hanno segnata, chi le viene in mente?
"Ho frequentato la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, in un momento di massimo splendore, quando il direttore era Renato Palazzi, un intellettuale vero, lì ascoltai nomi come Pina Bausch, Giampiero Solari, Gabriele Vacis, registi che stavano cercando nuove strade, a cui abbiamo “rubato” l’energia, artisti mai in ritardo, Poi incontrando personaggi come Paolo Rossi, Michele Serra, importantissimo per la scrittura teatrale, uno degli uomini più intelligenti che abbia mai conosciuto, o Stefano Benni, Carlo Mazzacurati, i fratelli Taviani. Una fortuna, non una coincidenza, veder il proprio sforzo creativo venir apprezzato anche da loro". 

E Giorgio Gaber ovviamente.
"Quando mi invitò a casa sua arrivai tre ore d’ anticipo, poi venne a vedermi in teatro, ero già sudato prima di salire sul palco. È come quando vinci un premio da chi stimi, e hai la possibilità di ricambiare. Nel lavoro non possiamo vivere sulla quantità, semmai sulla qualità, e purtroppo credo che negli ultimi decenni si è perso questo aspetto".

 Cosa manca allora?
"Ci sono persone che gestiscono spazi e comunità importantissime, ma come dico io sono “intellettuali da quiz”, sanno tutto, date, quando uno è nato-morto, però non hanno quel talento per poter intervenire e sorprendere la gente, il pubblico, in maniera diversa. Alimentare la curiosità, la chiave sta lì, o ce l’hai oppure… sono fortunato ad averne ancora tantissima, è cruciale per non perdersi nulla, ed essere sempre puntuali riguardo alle cose. Amo il mio pubblico, questa gioia che sono riuscito a trasmettere, ed ho ancora la forza di fare, ma sono molto onesto con me stesso, se dovessi capire di essere meno curioso, allora smetterò".

Si è mai chiesto quale sia stata la sua dote migliore a fare la differenza in tanti anni?
"La verità è che non mi sono mai ghettizzato in un circolo, in una stanza, lo trovo noioso. Mi piace invece girare a 360°, entrare ovunque, conoscere storie, volti, imparare; io arrivo dal sottobosco proletariato, origini siciliane, sono arrivato a vivere in Lombardia, attraversando comunque in diagonale il paese e conoscendolo. Alla fine inseguo il buon senso, e una certa normalità meravigliosa, che a tratti, ahimè, ci sta sfuggendo".