Addio a Bertrand Tavernier, innamorato del cinema. Il caso "Round Midnight" che lo svela

Il maestro del cinema francese si è spento alla vigilia degli 80 anni. Il suo sguardo pieno di umanità e privo di pregiudizi ci ha restituito una delle pagine più memorabili della storia del cinema

Regista raffinato ma anche critico, saggista e appassionato cinefilo, sceneggiatore indipendente e grande comunicatore. Sulla soglia degli 80 anni si è spento in Francia, nella sua Lione, il grande Bertrand Tavernier, subito Orso d’argento al suo esordio nel 1973 dedicato a Georges Simenon  con “L’orologiaio di Saint Paul”. Fino all’ultimo Tavernier è stato fedele al suo grande amore della vita, il cinema declinato in tutte le sue sfumature, con l’impegno di presidente dell’Institut Lumière.

Uno spirito libero il suo, capace di cavalcare tutti i generi, dai gialli ai polizieschi, dai drammi psicologici alle pellicole di guerra, fino ai film di fantascienza, ai melodrammi storici e perfino ai film musicali. Ed è proprio in questo ambito che ci piace ricordare uno dei suoi capolavori, “Round Midnight – A mezzanotte circa”, premio Oscar nel 1986 per la colonna sonora monumentale firmata da Herbie Hancock, dedicata a brani immortali della storia della musica come lo standard di Thelonius Monk dal quale prese in prestito il titolo e suonata da una serie impressionante di fuoriclasse del jazz, da Ron Carter a Whayne Shorter, da John McLaughlin a Tony Williams fino a Bobby McFerrin e a Chet Baker.

L’Oscar invece fu negato, immeritatamente, a quel gigante del sax tenore Dexter Gordon che oltre a suonare il suo dolore esistenziale, portò in scena un personaggio capace di riassumere in sé un’intera generazione di jazzisti “maledetti”, da Baden Powell a Lester Young, comprendendo anche Charlie Parker e sé stesso. Persone che nella droga e nell’alcol avevano trovato sciagurati compagni di strada del loro smisurato talento e mal di vivere. Distrutti da esistenze disordinate e randagie, da squallidi hotel, pusher senza scrupoli e avidi manager ma che nella magìa del jazz ritrovavano ogni sera il loro smisurato splendore. Tavernier di quell’indimenticabile personaggio indossato da Dexter Gordon, Dale Turner, non fece una macchietta per la compassione a buon mercato, come tante volte succederà in seguito per tanti altri omaggi cinefili al jazz, ma ne restituì candore e umanità. Ed è facile indovinare che nell’alter ego del protagonista, il giovane pubblicitario squattrinato interpretato da Francois Cluzet si nasconda proprio lo sguardo amorevole del regista.

Tavernier amava il cinema in tutte le sue forme e negli anni collezionò successi come “La morte in diretta”, “Legge 627”, presentato a Venezia, “Laissez passer”, “Il giudice e l’assassino”, "La piccola Lola”, ma la sua grandezza sta proprio in quello sguardo innamorato e privo di pregiudizi. “Sono stanco di tutto ma non della musica”, diceva in una delle prime inquadrature Dexter Gordon. Ecco, anche Tavernier, oramai in là con gli anni, forse era stanco di tante cose ma di certo non del cinema.