Abolita la censura di Stato: così "Ultimo Tango a Parigi" si è salvato dal rogo

Niente più pellicole tagliate. Niente più sforbiciate moralistiche e strategiche. Niente più condanne al rogo, come quella clamorosa di “Ultimo tango a Parigi”, così simili alle dannazioni medievali. L’abolizione della censura cinematografica è un fatto. Sancito da apposito decreto del ministro della cultura Dario Franceschini che supera definitivamente il sistema di controlli che consentiva ancora allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti.

L'intervento ai sensi della Legge Cinema supera definitivamente la possibilità di censurare le opere cinematografiche: non è più previsto il divieto assoluto di uscita in sala né di uscita condizionata a tagli o modifiche. Viene introdotto invece il sistema di classificazione con una commissione di 49 esperti: d’ora in poi ci saranno film per tutti, film non adatti ai minori di 6 anni, film vietati ai minori di 14 anni (salvo la presenza a 12 anni compiuti di un genitore) e film vietati ai minori di 18 anni con deroga per i sedicenni accompagnati da un genitore. Insomma, una vera e propria rivoluzione che fa tirare un sospiro di sollievo ad autori e registi impegnati negli anni a proteggersi o a schivare la scure delle forbici di Stato, implacabili quanto spesso inopportune.

Il caso di "Ultimo Tango"

Che dire infatti della condanna al rogo del capolavoro di Bernardo Bertolucci? Quello che diventerà  il film italiano più visto di tutti i tempi nel nostro Paese, uno dei più amati e discussi della storia del cinema, non sarebbe arrivato fino a noi se, dopo la condanna della Corte di Cassazione nel 1976 con obbligo di distruzione di tutti i negativi dell’opera, Bertolucci non ne avesse conservato clandestinamente una copia.

La storia è quella “di un uomo e una donna che non si conoscono e si incontrano per caso in un appartamento vuoto. Lì avviene una specie di iniziazione sessuale tra i due. Che decidono di ripetere questi incontri senza però mai sapere niente dell’uno e dell’altra”. Questo il plot della pellicola “maledetta” capace di suscitare, alla sua uscita nel 1972, un successo immediato ma anche uno scandalo globale, generando entusiasmo ma anche sconcerto, indignazione e accesi dibattiti con furiose polemiche che portarono prima al sequestro e poi addirittura alla “condanna al rogo”.

Da "Arancia Meccanica" al "Pap'occhio" e a "Salò"

Marlon Brando e Bertolucci condannati al carcere

Tra l’altro Bertolucci, il produttore Alberto Grimaldi e Marlon Brando furono condannati a due mesi di carcere per “offesa al pudore”. “Due mesi che poi non scontammo perché eravamo incensurati”, ha raccontato qualche anno fa il regista. “Ma qualche tempo dopo, andando a richiedere il certificato elettorale all’anagrafe, scoprii che tra le pene accessorie c’era anche la sospensione per cinque anni dei diritti civili e che quindi non potevo votare. Questo mi ferì profondamente”. Ma il film interpretato dalla giovanissima Maria Schneider con le indimenticabili musiche di Gato Barbieri non è certo l’unico caso di censura.

La condanna del "Pap'occhio" di Arbore per motivi religiosi

La storia delle sforbiciate di Stato made in Italy è ricca e sfaccettata. Ci fu la censura di “Arancia Meccanica” di Stanley Kubrick per motivi di violenza. Ma ci fu anche quella di un film all’apparenza innocuo e divertente come il “Pap’occhio” di Renzo Arbore: in questo caso la scure avvenne per motivi religiosi visto che il film scritto con Luciano De Crescenzo e interpretato da Roberto Benigni prendeva in giro il catechismo e il modo in cui veniva insegnato nelle scuole. “Noi non irridevamo la religione: nessuna Madonna piangente, nessun Cristo infilzato, nessuna macchietta che potesse rimandare a una presa in giro pesante”, racconta oggi Arbore a La Stampa. “Noi non irredivamo al sacro ma a come a scuola veniva raccontato”.