A Classic Horror Story, una fiaba dark-horror dove niente è come sembra

Una storia diversa, originale, di riflessione attuale. Un modo per raccontare la spettacolarizzazione della morte, il dolore rincorso, senza limiti e censure

La partenza è di quelle classiche: un gruppo di ragazzi e ragazze, tra cui la splendida protagonista Matilda Lutz, in viaggio su un camper un po’ arrangiato, tornano a casa, vanno all’avventura, ma inciampano nel cosiddetto imprevisto, l’incidente stradale, che li blocca, sperduti, come sono (e saranno) in una sorta di bosco, senza campo e letteralmente abbandonati a se stessi. Un luogo sinistro, dove qualcuno però ha cominciato ad osservarli, e che cela misteriosi rituali, sacrifici, persone incappucciate, pronte a catturarli e (ucciderli) in nome di una promessa collettiva e assurda. Ma nulla è davvero come appare. Roberto De Feo (autore dell’apprezzato The Nest) e Paolo Strippoli iniziano così la loro prima volta grazie a A Classic Horror Story (dal 14 luglio su Netflix) citando il genere più iconico e leggendario, da La casa di Sam Raimi, a Misery non deve morire, Non aprite quella porta, che però, in realtà, nasconde la vera essenza della storia, diversa, originale, di riflessione attuale, o morbosità da social-televisiva.

Una fiaba dark-horror, visto all’ultimo Taormina Film Fest, e che li ha premiati come migliori registi, è in effetti un progetto a più facce, che d’un tratto provano a prendere la medesima strada, non prendersi troppo sul serio, ma fare del gioco, del grottesco e della sdrammatizzazione, un modo per raccontare, a loro modo, la spettacolarizzazione della morte, il dolore rincorso, senza limiti e censure. Sia chiaro, oltre al divertimento ed intrattenimento, sacrificando le vittime a Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i fondatori-cavalieri della Mafia, Ndrangheta e Camorra, visti come fossero Freddy Kruger, Jason Voorhees e Leatherface, il lavoro è trasversalmente aperto, entra in un proprio micro universo pieno di folklore, stereotipi (archetipi a tratti) consentendo agli spettatori di avvicinarsi invece al vero volto del progetto. Quello di smascherare l’orrore da Smartphone, l’indifferenza dell’altro, di chi si gira dall’altra parte, e preferisce riprendere, piuttosto che accorrere. Invenzioni, trovate e aria fresca dunque all’orizzonte, con un bel pizzico di coraggio narrativo e ironia intelligente, che alla fine fa bene, guardando, oggi, e in prospettiva, soprattutto a due nomi giovani, bravi e appassionati nella visione, moderati nel calibrare ambizioni, pronti comunque a voler rinnovare il settore.

 “Con i social media siamo arrivati quasi all’estremo, racconta Matilda Lutz, rivelatasi in Revenge, diventata una delle interpreti maggiormente ricercate, anche all’estero. Nonostante ci sia il pregiudizio sui film di genere, sulle attrici che li interpretano, e il sentirsi classificata a fare solo quello, io voglio dire ulteriormente quanto invece sono orgogliosa di averne fatto parte. D’altronde Quando ti ricapita di prendere parti a progetti come questi in cui azione, emozioni, percorsi di trasformazione, lanciano, con ironia, messaggi forti e di denuncia sociale.”