Sergio Castellito: "Ci hanno rubato 20 anni. Ora raccontiamo il vero Aldo Moro"

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Aldo Moro è da solo nell’aula del Parlamento. La sua lezione politica la annuncia ai seggi vuoti. Non c’è nessun politico ad ascoltarlo, nessun parlamentare che se ne faccia carico. “Governare significa fare tante singole cose importanti e attese, ma nel profondo vuol dire promuovere una nuova condizione umana”. Si chiude con una trovata scenica che ha il sapore di uno schiaffo, lo stesso che gli diedero tanti, tantissimi colleghi di partito e del Parlamento italiano che gli girarono le spalle nei 55 giorni di prigionia, sordi e muti a qualsiasi trattativa e a qualsiasi soluzione per salvargli la vita. Una scena che suscita rabbia e commozione, così come tutto questo film intitolato “Aldo Moro – Il professore”. Una docu fiction che Rai1 manderà in onda la sera dell’8 maggio, a 40 anni dall’assassinio di Moro ritrovato ormai cadavere nel cofano della R4 rossa in via Caetani e che ha il merito di raccontarne un aspetto fondamentale fino a oggi del tutto trascurato. Si tratta del Moro docente universitario, di quello straordinario professore che per anni, dal 1963, non ha mai saltato una sola lezione all’Università La Sapienza di Roma dove nella facoltà di Scienze Politiche insegnava Procedura Penale. Un professore che vediamo intento all’ascolto dei propri studenti, di quelli innamorati perdutamente di lui e del suo carisma, ma anche di quelli che lo contestavano, figli di un periodo di grandi cambiamenti sociali.

Ed è proprio attraverso lo sguardo dei suoi ex allievi che Aldo Moro finalmente smette di essere solo un fantasma della nostra storia recente, protagonista di una tragedia umana e politica che ha ferito nel profondo il nostro paese. Il film diretto da Francesco Micciché e interpretato da Sergio Castellito lo fa usando come faro-guida l’omonimo libro scritto da Giorgio Balzoni, giornalista ed ex allievo di Moro, ma anche attraverso la testimonianza diretta di alcuni degli studenti di allora come Fiammetta Rossi, Giuliana Duchini e Valter Mainetti. Testimonianze che si aggiungono a quelle di Emanuele Macaluso, Marco Follini, Giovanni Bianconi, tra gli altri, e che contribuiscono finalmente a rendere un’immagine tridimensionale dello statista ucciso. “Quello che di lui mi ha colpito più di tutto e la mitezza e la capacità di ascolto”, racconta Sergio Castellito nell’Aula Magna dell’Università La Sapienza. Moro si fermava alla fine delle lezioni a parlare con gli studenti. Con loro affrontava la realtà, ascoltava le loro istanze e non demandava mai le responsabilità della politica. Più che un politico, si sentiva un professore. Era tenacemente attaccato al suo ruolo di insegnante. Non mancò mai una lezione. Nemmeno quando era ormai chiaro che fosse minacciato. Nemmeno quando tornò dagli Stati Uniti molto scosso per le discussioni tenute con Kissinger che gli fece capire quanto gli Usa non vedessero di buon occhio il suo allargamento alle responsabilità di Governo prima ai socialisti e poi ai comunisti, seppur con un appoggio esterno. Nel film raccontiamo anche che Moro pensò di lasciare la politica per dedicarsi all'insegnamento. Ma poi scelse diversamente”.

Per il regista Francesco Micciché ciò che “viene fuori è un’idea della politica e dello Stato che si è persa. Sinceramente oggi non vedo nella politica delle persone che possano rappresentarci come invece faceva Aldo Moro. Non voglio fare la sua apologia, però da questo film è evidente. Ci hanno rubato vent’anni. Ha ragione Sergio Castellito quando lo sostiene. La storia d’Italia sarebbe stata diversa. Alcune parti della nostra storia sono state fortemente cambiate . L’ultimo discorso che nel film Moro fa sul senso della politica, su cosa significhi fare politica e governare, non è un caso che lo faccia di fronte a un’aula vuota. Nella realtà il messaggio di Aldo Moro non ha trovato nessun riscontro”.

E ancora Castellito fa notare: “Rileggendo le lettere che ha scritto durante la sua prigionia e soprattutto rileggendo l’ultima mi ha colpito ed emozionato quando nelle ultimissime righe immagina una possibilità di potersi rivedere un giorno dopo la morte. Mi ha colpito che le ultime parole che scrive siano: “luce” e “bellissimo”. Anche questa di per sé è una lezione. “Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”, scrive. Come una finestra aperta, proprio nel momento in cui si affacciava sul baratro della morte. Mio figlio che ha 11 anni un giorno ha visto un’immagine del film che stavo girando e mi ha chiesto se fosse un film di guerra. Sì, purtroppo, è stata una guerra terribile e ingiusta. Ed è un merito del film e della Commissione Parlamentare d’Inchiesta la possibilità di affermare con certezza che la morte di Moro è tecnicamente attribuibile alle Brigate Rosse ma è culturalmente attribuibile a un mondo che ha alzato più di un muro di fronte alla sua fine”.