Cesare Bocci nei panni di Borsellino: "Quando dovevo fermarmi per la rabbia"

"Il giudice sapeva di avere i giorni contati. Era isolato e sovraesposto. Un bersaglio perfetto. E ancora oggi l'idea che non si siano trovati i colpevoli e che pure Contrada sia stato assolto dalla Corte Europea, ti lascia una grande amarezza" dice l'attore che vedremo su Rai1 in "Adesso tocca a me"

Cesare Bocci nei panni di Borsellino: 'Quando dovevo fermarmi per la rabbia'
di Cinzia Marongiu   -   Facebook: Cinzia su Fb

La somiglianza è impressionante. Il resto lo fa il talento dell’attore e la sensibilità dell’uomo. Cesare Bocci si è calato nei panni di Paolo Borsellino per “Adesso tocca a me”, docu-film dedicato al grande magistrato ucciso il 19 luglio del 1992 nella strage di via D’Amelio, in cui persero la vita anche i 5 agenti di scorta, in onda domani sera su Rai1, a 25 anni esatti da quella caldissima e orribile domenica palermitana.

Un film che, come accaduto all’anteprima alla presenza del presidente del Senato Pietro Grasso, amico del magistrato ucciso, non mancherà di suscitare grande emozione e ancora più grande rabbia, “perché davvero certe cose fanno male. E anche mentre recitavamo a volte dovevamo fermarci perché l'emozione era incontrollabile. Ciò che fai fatica ad accettare è che tutto ciò che stai mettendo in scena è vero, verificato, raccontato da chi c’era, dagli amici, dai parenti, dai pentiti, dai giornalisti”.

Bocci, per una volta ha smesso la simpatica faccia da schiaffi del suo sciupaffemmine Mimì Augello, tra i più amati protagonisti di “Montalbano”, e ha indossato il viso dolente di Borsellino, in quei 57 giorni che separarono la strage di Capaci, nella quale perse la vita il suo amico e collega di trincea Giovanni Falcone, e la sua morte, quando già sapeva di avere poco tempo perché il tritolo per lui a Palermo stava arrivando.

La somiglianza è impressionante. Che lavoro ha fatto per interpretare Borsellino?
“Sulla somiglianza sono stato fortunato perché mi è bastato mettere delle lenti che attenuassero il mio colore d’occhi e cambiare pettinatura per somigliargli. Il resto è vel’ho fatto guardando i filmati dell’epoca, le rarissime intervisteche paolo Borsellino aveva concesso prima della strage di Capaci e quelle, più numerose, concesse in quei 57 giorni, quasi a voler dire “Io ci sono e continuo a lottare”. In particolare mi ha colpito il sorriso in cui si apre il suo viso in un’intervista rilasciata a Sposini. Su quel sorriso ho indagato e ho scoperto un uomo allegro che amava scherzare con i figli e con i colleghi. Anche con quelli più in alto di lui nella gerarchia della magistratura. E credo che sia stata proprio questa grande positività a dare la forza a Borsellino di andare avanti e rilanciare anche quando sapeva di avere i giorni contati. Oltre naturalmente al suo spirito di sacrificio, al suo senso del dovere, alla sua determinazione nel voler agire in memoria di Falcone”.

A 25 anni da quell’esplosione, i colpevoli devono ancora essere trovati. Nei giorn scorsi la corte d’Appello di Catania ha assolto tutti gli imputati. Con quale stato d’animo avete lavorato a questo film?
“Di sicuro c’è stata molta rabbia, la stessa che ho visto nel viso di tanti giornalisti presenti all’anteprima per la stampa. Fa male pensare che Contrada, ad esempio sia stato assolto dalla Corte Europea per i diritti dell’uomo perché il reato di concorso esterno in associazione mafiosa all’epoca dei fatti per i quali è stato condannato “non era sufficientemente chiaro, né prevedibile da lui. Contrada non avrebbe potuto conoscere le pene in cui sarebbe incorso”. È un’interpretazione assurda. Sono cavilli che danno un senso di impotenza nell’opinione pubblica. Uno sfinimento che ti fa sembrare unitili tute le battaglie che sono state fatte”.

Nel film si parla anche del coinvolgimento di parte dello stato in quella strage.
“Il film copre un arco di fatti che va da quei 57 giorni ai giorni nostri, attraverso le testimonianze dei parenti, dei magistrati e dell’unico sopravvissuto alla strage Antonio Vullo. E dà una spiegazione molto approfondita  di come siano andate le cose. Di sicuro Borsellino non è un martire, ma un uomo coraggioso che voleva vivere e che ha cercato in tutti i modi di fare una corsa contro il tempo perché sapeva che non ne aveva più. Il ruolo eversivo di parte dello Stato gli era stato raccontato da pentiti come Mutolo e Messina. C’è una scena molto bella nel film in cui si vede Borsellino con la mogli insieme davanti al mare. Lui era reduce da uno di questi interrogatori e alla moglie confiderà: “Quando sono uscito ho iniziato a vomitare. È troppo da accettare che ci saiano pezzi dello Stato che si sono venduti alla mafia”. Di certo, come ha anche raccontato il fratello di Borsellino, certe informazioni i mafiosi potevano averle solo se qualcuno da dentro gliele passava. E poi i mille ritardi, le nomine inspiegabili, l’impossibilità di indagare su Palermo perché aveva la delega solo a Marsala: sono tantissime le cose che Borsellino ha avuto contro. Non so se fossero eversive, se fossero realmente volute o soltanto frutto di inefficienza. Ma di sicuro lui era isolato e sovraesposto. Un bersaglio perfetto. Poi, certo, c’era anche chi gli stava vicino, come gli uomini della sua scorta, come tanti, tra carabinieri e finanzieri, che si offrirono di coprire i turni della susa scorta come volontari. Lo avrebbero fatto gratis. Ma Borsellino non volle. Preferiva uscire da solo a comprare le sigarette. “Almeno così ammazzano solo me”, diceva”.

Si ricorda dove si trovava quando ci fu la strage di via D’Amelio?
“Ero proprio in Sicilia a lavorare. Ricordo il senso fortissimo di scoramento che provai. “È finita”, mi dissi. Così come molti italiani. Ma invece sbagliavo. Fu proprio quella strage a segnare la grande sconfitta della mafia. Fu proprio con la morte di Falcone e con quella di Borsellino che le coscienze iniziarono a risvegliarsi, che la società civile iniziò a raccogliersi in movimenti e a sfilare apertamente contro Cosa Nostra. Oggi bisogna continuare a parlarne e a ricordare perché ancora nel Centro e nel Nord Italia c’è chi si illude che la mafia sia soltanto qualcosa che riguarda la Sicilia. E non ha capito che la strategia è cambiata, che alle bombe si sono sostituiti i colletti bianchi, che la mafia continua a fare affari e soldi, senza più clamore. Oggi i mafiosi sono nel nostro tessuto sociale”.

Nel film c’è anche la famosa scena della consegna della borsa di Borsellino. Quella borsa mezzo bruciata da cui scomparve la famosa agenda rossa del magistrato. Che idea se ne è fatto?
“Proprio in questi giorni sto leggendo il libro “L’agenda rossa” di Lo Bianco e Rizzo. Se l’hanno presa i servizi segreti credo che sia ancora ben nascosta in qualche cassaforte. E qualcuno magari la tirerà fuori al momento opportuno. Ma che si  sbrighino a tirarla fuori perché chi c’era ormai è vecchio”.

Nel frattempo è già ritornato nei panni di Mimì Augello per interpretare i due nuovi film di “Montalbano” che la Rai manderà in onda nella prossima stagione.
“Sì, abbiamo terminato le riprese il 24 giugno ed è stato bellissimo come sempre ritrovarci tutti insieme. Credo che uno dei tanti molti di questo immenso successo sia l’armonia che regna tra il cast e il cast tecnico. Davvero rara. Sa che ho scoperto che andiamo in onda pure in Vietnam? È incredibile. Proprio qualche tempo fa con gli altri attori della serie ho partecipato alla convention che la Rai ha tenuto a Matera con i compratori esteri. Al mio tavolo avevo la Bbc, dove Montalbano rappresenta il primo prodotto italiano comprato dalla canale inglese. Ma c’era anche il canale americano e quello giapponese e quello delle Filippine. Davvero, anch’io a volte faccio fatica a rendermi conto di un successo così globale”.

E il suo personaggio cosa combinerà?
“Quello che fa sempre, ovvero correre dietro alle gonnelle. Non smetterà mai”.