Annalisa Minetti: "Quando l'ultima luce è scomparsa dai miei occhi ero disperata e depressa. Poi è successo l'incredibile"

Ogni settimana le sue performance fanno venir giù letteralmente lo studio televisivo dal quale “Tale e Quale Show” va in onda, mentre tutto il pubblico si alza in piedi. Per lei, che di volta in volta è stata Barbra Streisand, Celine Dion, Mia Martini, LP, Lara Fabian, solo standing ovation e un secondo posto in classifica (appena dietro a Marco Carta) che la proietta tra i favoriti alla vittoria nella finale di sabato prossimo e tra i sicuri protagonisti del mini torneo in cui i primi sei classificati dell’edizione di quest’anno sfideranno i primi sei dell’edizione dello scorso anno. L’umore di Annalisa Minetti è a mille e la sua voce arriva vibrante e allegra dall’altra parte del telefono mentre in macchina attraversa Roma per andare a prendere a scuola il suo bambino, Fabio, ancora piena di energia nonostante le tante ore di prove sulle spalle. E si fa davvero fatica a credere che quella stessa voce, baciata dal talento e sorretta da una volontà di ferro, possa essere stata, nemmeno tanto tempo fa, rotta dalla sofferenza e dalla depressione di chi non riesce più a trovare le energie nemmeno per andare a fare la spesa, per attraversare la strada, per vestirsi, per affrontare una nuova giornata. Eppure Annalisa Minetti, 41 anni, incinta di sei mesi, cantante e atleta paralimpica, quell’inferno lo ha attraversato proprio quando la fievole luce che attraversava il suo sguardo si è spenta del tutto, quando le ombre che nutrivano la sua vita hanno lasciato spazio al buio. Ora tutto ciò è passato, sepolto da una rinnovata voglia di vivere e dalla determinazione di mettere al servizio degli altri la ricetta che le ha consentito di risalire e rinascere.

Annalisa, come ti trovi a indossare i panni di altri artisti? Che esperienza si sta rivelando per te questa di “Tale e Quale Show”?
“È faticosa ma molto divertente. Direi entusiasmante. È come se più che l’interprete facessi l’attrice visto che delle artiste di cui prendo le sembianze devo imitare non solo nella voce ma anche le movenze e l’atteggiamento”.

A proposito, come riesci a imitare le movenze non avendo la possibilità di vedere i video delle esibizioni di chi reinterpreti?
“Per fare le coreografie non ho grossi problemi dato che ho una buona musicalità ed essendo laureata in scienze motorie ho una conoscenza tecnica che mi permette di sapere cosa sia un tap, un tallone e tutto il resto. In quanto alle movenze, devo dire che Emanuela Aureli si inventa di tutto nel descrivermele. Che so, per muovere le mani in un certo modo mi dice: “è come se svitasse una lampadina e poi la riavvitasse”. E io eseguo”.

Hai messo in conto la vittoria?  Ti piacerebbe?
“Sono un’atleta e a me piace vincere. Ma devo dire che non ho nessuna strategia. Anzi le strategie le odio. Se Marco Carta canta benissimo, io lo voto e lo sostengo. Così come ho fatto con Angelucci, che magari mi tallona in classifica. Ciò che seguo sono le tattiche di gioco”.

E quali sono?
“Dare il massimo di sé. Quando mi metto a sedere dopo un’esibizione devo poter dire a me stessa che ce l’ho messa tutta. Ciò che mi arriva è la grande emozione di esibirmi dal vivo. Nonché la paura. A volte mi sembra di essere a Sanremo”.

A proposito del Festival che hai vinto nel 1998 e dove sei arrivata seconda nel 2005, è da tanti anni che manchi. Non è che quest’anno vorresti partecipare?
“In effetti a Sanremo ci sto pensando, ma non a quello di quest’anno, al prossimo, quello del 2019. Sto cominciando a cercare pezzi e a mettere su un progetto. Per farlo seriamente ci vuole tempo e non voglio bruciare le tappe. Faccio un paragone sportivo: sarebbe come se un’atleta per prepararsi alle Olimpiadi anziché in 4 anni lo facesse in un anno. Dovrebbe forzare gli allenamenti e fare le cose frettolosamente, rischiando magari di infortunarsi. Un atleta deve saper aspettare e anch’io ho imparato ad aspettare. E poi quest’anno c’è Claudio Baglioni, il mio idolo, un vero amico. E non vorrei mai metterlo in imbarazzo proponendomi. Però una cosa vorrei farla”.

Cioè?
“Il Festival andrei a presentarlo. Così lancio un appello a Claudio per essere la sua valletta. Io e il mio pancione che a quel punto sarà enorme con la mia piccola Elena pronta a nascere”.

Dal 2010 hai scoperto lo sport. Ti sei buttata nell’agonismo e hai vinto la medaglia di bronzo nei 1500 metri ai giochi paralimpici del 2012, stabilendo pure il record del mondo, e addirittura la medaglia d’oro negli 800 metri ai campionati del mondo di atletica paralimpica nel 2013. Che cosa ti ha insegnato lo sport?
“A trovare motivazioni. Lo consiglio a tutti. Anziché affidarsi a tutti questi mental coach o life coach, le persone in difficoltà dovrebbero scoprire che non hanno bisogno di nessuno all’infuori di se stesse. Ogni giorno ci alziamo, ci vestiamo e decidiamo il nostro destino allenandoci alla vita che è fatta anche e soprattutto di sofferenza e di fatica. Non ci dobbiamo far debilitare dalla sofferenza. È il mentore migliore e fa parte della vita di chiunque: ricco o povero, normodotato o portatore di disabilità. Non abbiamo bisogno degli altri ma di noi stessi e di elaborare un metodo personale che ci aiuti a superare le difficoltà. Altrimenti cadiamo nella dipendenza dagli altri e non riusciamo a risollevarci mai davvero”.

Come hai messo a punto il tuo metodo?
“Guardando in faccia il dolore, accettandolo, non avendone paura. Solo così può trovare il tanto agognato equilibrio. A me è successo di stare davvero male qualche anno fa, nel 2014.  È stato quando mi sono ritrovata da sola in casa ad affrontare l’ultimo peggioramento visivo, quello definitivo, quello che sapevo che prima o poi sarebbe arrivato. Ero da sola, dovevo accudire il mio bambino e invece, proprio a quel punto, anche le ombre mi hanno abbandonata. Mi sembrava un accanimento della vita contro di me. Per la prima volta non riuscivo a dirmi, “dai, non fa niente, hai tanto altro”. A quel punto non sono più riuscita a far finta di non sentire quel dolore. Era troppo forte. Mi sono ritrovata in ginocchio, vittima di attacchi di panico, di pianti disperati. Passavo notti intere a piangere e a urlare. Urlavo il mio dolore perché avevo bisogno di farlo uscire fuori”.

E poi che è successo? Come ti sei risollevata?
“Il dolore, la rabbia, l’elaborazione del lutto sono tutte tappe necessarie per rinascere. Non bisogna negarsele, così come la depressione che è una fase. Io morivo dal sonno ma non riuscivo a dormire, volevo uscire ma non trovavo la forza di vestirmi. L’unico che mi faceva reagire era mio figlio: davanti a lui ero sempre allegra e tranquilla, ma appena lui usciva dalla stanza incominciavo di nuovo a piangere. Poi un giorno mi hanno chiesto una cosa incredibile e cioè di andare ad aiutare delle persone che avevano perso una gamba o un braccio in incidenti motociclistici e che volevano continuare a correre in moto. Io mi dicevo: “Questi sono matti. E poi come posso aiutarli proprio io che non riesco ad aiutare nemmeno me stessa?”. E invece è stato lì che ho trovato la forza di reagire. Di non vergognarmi del dolore che provavo, di trovare finalmente un obiettivo in quella enorme sofferenza”.

Nel frattempo Fabio è uscito da scuola e trionfante annuncia alla mamma di aver preso un bel 10 in scienze. C’è solo il tempo per un’ultima domanda: che cosa ti ha insegnato il tuo bambino in questi 9 anni della sua vita?
“Fabio ogni giorno mi insegna tantissime cose. Adoro la sua umiltà e la sua generosità. Ma ciò che amo di più in lui è l’empatia, la sensibilità con la quale riesce a leggere ogni situazione. Fabio mi insegna che sono una mamma speciale. E quando capisce che sono un po’ giù perché mi piacerebbe tanto poterlo portare al parco come fanno tutte le altre mamme, mi prende per mano e mi dice: “Vieni che al parco ti porto io”.