

Un grande saggista come il francese Bernard Bruneteau ha raccontato il Novecento coniando una definizione lapidaria e atroce: “Il secolo dei genocidi”. Per mano turca, russa, tedesca, cambogiana; nel nome dei totalitarismi, nel nome della razza, nel nome della classe sociale; con criteri industriali, seriali: abbiamo assistito a ripetuti, pianificati sterminii, a distanza di poco tempo. Fatichiamo a studiarli. Rifiutiamo di accettarli. Finiamo per esserne infestati. Gli artisti europei più sensibili raramente hanno saputo sintetizzare e universalizzare il respiro di qualcosa di così buio, metodico e gelido. Un grande intellettuale come Brunetau non ha avuto paura di misurare il male: al di là dei suoi colori. Rosso, nero, bianco. Nessun daltonismo.
Sulla scia della sua onesta e limpida visione del secolo del sangue, un artista ceko – vale a dire, uno parte di un popolo testimone dell'infamia e della bassezza nazista, e della ferocia e della crudeltà sovietica: i ceki sono come i polacchi, a ben guardare – ha raccontato, con nerissimo sarcasmo e franca disperazione, il grottesco, l'assurdo e la pazzia del male, in un romanzo breve liminare e spiazzante. “L'officina del diavolo” (Zandonai, Rovereto, 2012. Traduzione di Letizia Kostner) di Jáchym Topol(Praga, 1962) è un libro che guarda nel buio, e dal buio cerca di emergere, sbirciando infine al di là di questo tempo.
Il narratore viene da Terezín, borgo militare fondato dall'imperatrice Maria Teresa. Un borgo dalle mura antiche e bellissime, ferite dalla storia, pulite dalle capre e basta, coi loro “musi famelici” e il loro infinito bisogno di erba. Un borgo con una stazione per cui passavano i deportati, centinaia di migliaia di persone passate da là per andarsene più a Est, e non tornare più. Figlio di un maggiore dell'esercito e di un'eroina di guerra, morta suicida quando era appena adolescente, è cresciuto sotto regime socialista sovietico. Addestrato in accademia militare, dai militari rifiutato come elemento inadeguato, è campato pascolando le capre; e litigando spesso col padre. È successa una disgrazia e si è ritrovato in galera, orfano. Quando è uscito, le vecchie capre non c'erano più. E così tanti vecchi amici, migrati. L'impero sovietico svanito, sgretolato. Tornava la libertà, tra i ceki. Si respirava democrazia. Libertà e miseria:
“Ad accogliermi fu il silenzio, il silenzio di una città non ancora morta ma agonizzante, una città che, dopo la dipartita dei soldati, era precipitata in una miseria spaventosa. I pochi turisti che c'erano gironzolavano intorno al Monumento e lungo i due o tre sentieri didattici sul genocidio che il Monumento aveva istituito” [p. 29].
Il narratore è libero di vivere in una città in miseria: finisce per lavorare speculando sulla tragedia che ha ferito l'Europa. Il Monumento serve a insegnare la storia dell'orrore del Novecento. Terapie incluse. Quel monumento richiama tanti giovani occidentali. Giovani ossessionati dal passato: dalla primitiva coscienza della possibilità del male assoluto. Una coscienza che figlia disperazione. Disperazione: ossessionati magari “dagli orrori capitati ai loro genitori, nonni, parenti, o anche solo dal pensiero che certe cose fossero accadute – e che possono ripetersi? Di cosa è capace l'uomo? E come mi sarei comportato, io, se a morire ci avessero portato me?” [p. 41].
In quel Monumento nasce una Comune. Quella Comune diventa un richiamo irresistibile per i nipoti del massacro, per i turisti della memoria, per gli infestati dal male oscuro del Novecento: la febbre del genocidio. Ma a qualcuno non sta bene. Speculazione assurda, tanto denaro, niente tasse, turiste libertine, nessuna autorizzazione. E alè che la Comune finisce smantellata. E per evitare guai il nostro narratore se ne va. E passando per Praga, si ritrova a Minsk, Bielorussia. E come “esperto in rivitalizzazione di luoghi di sepoltura”, finisce per dare manforte a chi vuole entrare a far parte della mappa del mondo con l'aiuto di un artista, nel genere. Dove? Nell'officina del diavolo: dove si trovano le tombe più profonde della Mitteleuropa e dell'Europa dell'Est, a Chatyn'. Un'altra Chatyn', diversa dalla Katyn polacca.
“Visitate il monumento europeo del genocidio, l'Officina del Diavolo! Abbiamo per caso il mare, le montagne o altre attrazioni turistiche, noi? No, tutto quel che c'era da vedere è stato bruciato. E allora vorrà dire che in Bielorussia costruiremo il Jurassic Park dell'orrore, il museo all'aperto dei totalitarismi. Entreremo a far parte della mappa del mondo grazie ai nostri sacchi pieni di ossa, ai fagotti di pus e di sangue. Va bene, no? Sarà un colpaccio, che ne dite?” [p. 122].
Cinico, mattoide e ispirato, “L'officina del diavolo” è un romanzo che potrebbe servirci a ricordare che su certe disgrazie non si specula, e invece in tanti ci campano; che servono tanta cautela e tanta freddezza, negli anni dello studio e della ricerca, che non si deve dimenticare che ci sono stati popoli falciati da entrambi i totalitarismi, umiliati e feriti dalla selettiva amnesia di buona parte della cultura europea (est europea, mitteleuropea, occidentale), fino a oggi. Che, infine, abbiamo ancora molto da imparare, da tanti popoli, da tante storie. Basta predisporsi ad ascoltare. Non stancatevi di farlo.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Jáchym Topol (Praga, 1962), scrittore ceko, tra i firmatari di “Charta 77”.
Jáchym Topol, “L'officina del diavolo”, Zandonai, Rovereto, 2012. Traduzione di Letizia Kostner. 978-88-95538-83-9. Prima edizione: “Chladnou zemí”, 2009.
Approfondimento in rete: WIKI it / Istituto Culturale Ceco / Tibor Fischer sul Guardian / Einaudi / Radio Praha
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Febbraio 2012.
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