

Officine dell’arte è stata inaugurata il 13 dicembre da Careof e Viafarini negli spazi della Fabbrica del Vapore ed è la mostra collettiva degli artisti dall’Archivio DOCVA coordinati dai visiting professor Stefano Arienti e Italo Zuffi. I due artisti hanno condotto da settembre a novembre due workshop negli spazi delle residenze FDV Residency Program e VIR Viafarini-in-residence, gestite dalle due organizzazioni. La mostra si è conclusa il 28 gennaio.
A dimostrazione del fatto che l'Italia non é un paese solo per vecchi e che le occasioni capitano, ma solo a chi se le va a cercare, Cyou incontra Cyou, ovvero intervistiamo Giada Lusardi che da ex volontaria di Cyou si é calata a tal punto nel progetto di ricerca che sta portando avanti sulla performance da rimanere invischiata in una battaglia di frutta. Il tutto a cura di Italo Zuffi.."
Innanzitutto ti chiederei di spiegarmi il progetto al quale hai partecipato.
Il progetto era un workshop rivolto ai giovani artisti, il tema che si proponeva per questa edizione era quello della performance. Già dall'anno scorso Careof e Viafarini con il patrocinio della Regione Lombardia organizzano dei workshop autunnali tenuti da artisti affermati. Quest'anno Italo Zuffi era il visiting professor per Careof e Arienti per Viafarini, questo era il testo dell'open call per il workshop di Zuffi. "Italo Zuffi propone un laboratorio strutturato attorno all’utilizzo del corpo come mezzo e luogo espressivo, rivolto soprattutto a chi e’ interessato a maturare una pratica performativa, con la possibilità di sperimentare tra gesto, azione, e uso della parola, fino alla creazione di oggetti o all’intervento installativo. Nel corso degli incontri, l’esercizio, la discussione e il pensiero saranno sviluppati tenendo fermo il concetto di non-spettacolarità, definendo inoltre una serie di parole o temi nei quali potersi riconoscere, e utilizzabili per l’elaborazione di manifestazioni intense e personali." Queste le premesse. Tu dirai... quindi tu che non sei artista che cavolo c'entri?
Infatti, appunto quel che mi piacerebbe capire é come sei entrata a contatto con il progetto..
Io mi laureo a marzo in storia dell'arte contemporanea ed il mio lavoro verte sulla Performance art. Quando ho iniziato a impostare il mio progetto di tesi era il lontano dicembre 2010. Ho riflettuto a lungo sulla necessità di definire questa pratica artistica e per farlo avevo bisogno di vedere con i miei occhi la documentazione di quelle azioni performative. Ho deciso così di parlare con Renato Barilli e farmi consigliare su archivi video da consultare, che contenessero materiale legato alla performance. Mi ha suggerito di rivolgermi al DOCVA di Milano. I primi di luglio mi sono messa in contatto con Mario Gorni. il direttore del centro e insieme abbiamo iniziato a impostare una selezione di materiali video rilevanti ai fini di una definizione di questa pratica artistica. Ho iniziato una collaborazione abbastanza intensa con l'archivio e a settembre Chiara Agnello, la curatrice di Careof mi ha chiesto se ero interessata a partecipare al workshop come di arista, ossia osservatrice. Ho quindi preparato un abstract del mio progetto di tesi e lo abbiamo inviato a Italo Zuffi per chiedere se era possibile inserire una "non artista" all'interno del laboratorio, la risposta è stata affermativa e così ho iniziato a prendere parte a tutti gli incontri.
Certo é stata una bella avventura per te essere coinvolta attivamente in un progetto anche tanto importante.
Esatto! Il mio progetto di tesi è iniziato leggendo tutta (più o meno) la bibliografia sul tema, poi ho iniziato a lavorare sui materiali video e infine ho lavorato a stretto contatto con 13 artisti e Italo Zuffi. Ho seguito passo passo come dall'idea, dall'intuizione si elabora un progetto e lo si realizza. Infine mi sono confrontata con i problemi logistici dell'allestimento di qualche cosa che per natura è effimero come la performance: cosa proporre ad un pubblico? Una scaletta di eventi o anche elementi installativi? E in che relazione si compiono queste componenti installative con l'azione vera e propria? Il risultato è stato che invece che rimanere isolata ad osservare, anche io sono stata coinvolta attivamente nel progetto. Agli esercizi che venivano proposti agli incontri io non ho quasi mai partecipato in quanto ero impegnata nella scrittura, ma nella fase finale, quando l'obiettivo era ormai l'inaugurazione, mi è stato detto che anche io avrei dovuto presentare il mio diario e che nel catalogo avrei avuto lo stesso spazio di un artista, con la spiegazione del mio ruolo nel progetto e la documentazione del mio diario. Così per l'esposizione ho dovuto fare una selezione tra le 200 pagine che avevo scritto: le ho fotocopiate e trascritte a computer e poi plastificate.
Non mi sono mai sentita esclusa, ci siamo trovati benissimo. Credo che il gruppo fosse stato realmente scelto in base ad una "sensibilità comune", come dice Italo. Ah! Ho preso parte anche a delle performances.. ad esempio ho partecipato alla battaglia di frutta pensata da Andrea Mineo, l'artista più giovane del gruppo. Per me è stato indispensabile per comprendere le dinamiche che spingono un artista ad utilizzare questo mezzo espressivo invece di un altro..
Immagino quindi che il tuo concetto stesso di questa pratica sia stato cambiato da questa esperienza: l'essere al centro della storia mentre questa si compiva Sai che anche il festival dell'arte Contemporanea ha puntato il suo sguardo, per la prossima edizione, alla performance?
Si e sono molto felice di questo. In verità la cosa positiva è che non ho ancora un'idea chiara di questa pratica pertanto è stato come un ennesimo passetto verso la maggiore comprensione della stessa
beh certo é un lavoro a cui tanti hanno dedicato vite intere..
Tutto ciò che leggo e conosco quotidianamente mette in discussione ma allo stesso tempo conferma idee precedenti. In Italia non esiste ancora una vera teoria della performance, rimaniamo molto chiusi nelle nostre illustri teorie degli anni Settanta, ma ormai sono passati più di trent'anni e il mondo è cambiato e la performance con esso..
Sono d'accordo con te sulla questione della mancanza di una sorta di aggiornamento culturale in Italia: da una parte ci sono artisti estremamente vitali, mentre dall'altra continuano a fare scuola i "morti", colpa della necessità di una "giusta distanza" forse..
Esatto! Io in questo anno abbondante mi sono fatta un'idea su cosa sia la performance art ma è una materia viva, arte e vita. In poche parole la mia esperienza del workshop si inserisce in un progetto di ricerca che vorrebbe impostare una prospettiva teorica sul tema della Performance art partendo dai dati che emergono dall'analisi delle pratiche e non solo su testi teorici di storici dell'arte proprio per non incappare nella ripetizione di stereotipi!
Purtroppo troppo spesso la critica non si mescola con la pratica dell'arte.
Hai centrato nel segno!..e nemmeno con le altre discipline. La Performance è una pratica ibrida: non la si può osservare solo da una prospettiva della storia dell'arte..
Un po' come tutta l'arte e non solo contemporanea. Ti vorrei fare una domanda. Hai avuto davvero una bella possibilità di ricerca e di crescita grazie a Careof e DOCVA..cosa pensi che succederà dopo? Quali prospettive e quali nuove possibilità vedi davanti a te, soprattutto in rapporto a questo momento storico/geografico? Cioè, domanda da un milione di dollari, come pensi ti muoverai in futuro..?
Mi hai fatto una domanda che mi sta distruggendo le cellule cerebrali negli ultimi mesi. Io sinceramente amo la ricerca, da sempre e amo studiare. In Italia non esistono prospettive di questo tipo: la ricerca non è considerata e lavorare gratis è ormai cosa normale. Io non sono d'accordo purtroppo: ho vissuto all'estero due anni e so che pensare ad un lavoro retribuito nel settore della cultura non è un'utopia, quindi, la mia idea è di fare un dottorato di ricerca oltreoceano. Spero che il 2012 mi porti interessanti novità. Per quanto riguarda DOCVA, chiaro se mi venisse proposta una collaborazione credo accetterei molto volentieri, è comunque un'oasi felice nel contesto italiano. I progetti che si propongono sono un compromesso tra il globale e il locale, g-locali li definirei. E puntano sui giovani...come me, in un certo senso.
ah.. e spero chiaramente di riuscire a pubblicare la mia ricerca. Bello sognare, eh?
di Alessandra Casadei
0
0
0
0
1