

PostCards from London è la nuova rubrica curata da Manu Buttiglione per Cyou e che due volte al mese racconterà ai lettori che cosa succede a Londra nell'ambito dell'arte e della Cultura contemporanea
Londra. Novembre 2011. Dopo il glamour della settimana di Frieze e la corsa affannosa delle gallerie a esibire il meglio a tutti i costi, l’autunno della capitale britannica mette in scena un’anima più sensibile e accorta, rivelandoci un altro lato della città che sembra rallentare i suoi ritmi frenetici e fermarsi a riflettere. Dalla programmazione di gallerie e spazi dedicati all’arte contemporanea sembra emergere un desiderio di concretezza, quasi una risposta ad un senso di inquietudine di fronte ad una realtà sempre più impalpabile ed indefinita.
La pittura dunque, è una delle protagoniste di questo novembre, con un’antologica di Gerhard Richter alla Tate Modern insieme a Mark Rothko e Wilhelm Sasnal alla Whitechapel.
Visitando la personale di Sasnal ci troviamo di fronte ad una dichiarazione d’amore di un artista per la pittura, che racconta attraverso note a margine della tela la sua passione per la pratica artistica e il suo impegno a tradurre efficacemente le più svariate sensazioni visive, che siano impresse nella memoria o esperite nel quotidiano, in un’immagine dipinta.
L’immagine, questa volta quella proiettata dalla pellicola 35 mm, è protagonista della Unilever Series alla Tate Modern. E’ un tributo quello di Tacita Dean ad un’arte che sta scomparendo, alla magia intrinseca della immagine analogica con le sue irrepetibili caratteristiche di luce, profondità e colore. I collage visivi della Dean hanno la stessa preziosità di monili rinvenuti da scavi archeologici, un valore dato dal tempo, quello speso dall’artista nel cucire insieme i singoli fotogrammi, come quello trascorso dallo spettatore nello spazio della Turbine Hall trasformato in un cinema. Trasportando lo schermo cinematografico in un museo, l’artista trasforma l’immagine in movimento in un monumento, contemplata liberamente dal pubblico in uno spazio aperto alla fruizione.
Anri Sala in mostra alla Serpentine Gallery lavora anch’esso su un percorso strutturato sullo spettatore, che si trova a cogliere le diverse corrispondenze tra gli elementi messi in scena man mano che procede nella visita. Performance, suono e immagini si alternano nelle stanze della galleria, secondo un loop scandito dalle note di Should I stay or should I go dei Clash, il cui motivo ridotto all’essenziale risuona ossessivamente nei video e si rende visibile ai nostri occhi, decostruito in una partitura per vecchi organetti da strada, e infine inciso lungo il perimetro della galleria, a creare dei fori di passaggio che permettono al suono di diffondersi per i Kensington Gardens. A far da contrappunto la melodia sospesa del jazzista Jameel Moondoc a cui il performer Andrè Vida risponde con una esecuzione del vivo, accompagnando gli spettatori, in un tour guidato dal suono, a scoprire le immagini di città travolte dalla storia, come le rovine di Piazza Tlatelco a Città del Messico, un’architettura abbandonata di Buckminster Fuller e il profilo monotono di un palazzo popolare di Berlino.
Suono e percezione visiva sono indissolubilmente legate in I saw square triangle sine al Camden Art Centre. Haroon Mirza compone vecchi apparecchi, ancora una volta basati sul fascino di tecnologie morenti, in un assemblaggio minimale di strumenti che lavorano autonomamente, a prescindere dalla presenza di un operatore umano, alla produzione di suoni organizzati. Varcando la soglia dell’ambiente sonoro, scorrendo con lo sguardo il percorso di cavi e amplificatori e osservando i movimenti meccanici dei dispositivi analogici, si assiste alla nascita di fenomeni acustici in diretta che ci permettono di apprezzarne la melodia. Ed entrando a far parte di questo meccanismo, Mirza ci rende partecipi dell’operazione di esteticizzazione del suono alla base della sua pratica artistica.
Infine, sempre al Camden Art Centre, i mondi paralleli, sospesi tra distruzione e speranza di Nathalie Djurberg, ci offrono una visione più intimista del presente. Le creature che abitano i suoi video sono archetipi tramandati nei secoli, resi concreti dalla materia grezza e palpabile da cui sono plasmati, che recitano le nostre paure e i desideri più inconfessabili in una scenografia di cianfrusaglie di vetro, metafora senza tempo di una fragilità intrinseca che oggi come in epoche passate emerge dall’animo umano.
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