Che taglio dare alla storiaccia dei tagli?

di redazione per Artribune

Ultima puntata: Un grappolo di opinioni per cercare di non pronunciare le solite banalità sull’annosa questione dei tagli agli investimenti pubblici in cultura. Una tendenza che interessa tutta Europa e che necessità di riflessioni e lucidità, per reagire e andare al di là della lagna.


GIANFRANCO MARANIELLO
direttore del museo mambo di bologna
Quando si parla di “tagli alla cultura” si adotta ormai uno slogan che è necessariamente approssimativo e che può rivelarsi dannoso perché impone una presa di posizione anziché l’interrogarsi sul senso di queste parole e sulle concrete pratiche corrispondenti. Quale “cultura”? Chi “taglia” cosa? E che significa “assumersi responsabilità”? È evidente che ci troviamo in una condizione economica depressa e che le iniziative di carattere pubblico scontano l’inevitabile revisione di programmi e priorità determinati dai valori dominanti dell’epoca. Lo specifico della situazione italiana consiste però in un populismo rancoroso che, approfittando degli spazi democratici, annulla ogni possibile confronto e valore su un piano dell’equivalenza retorica. C’è poco da chiarire e neanche modelli da suggerire… Oggi bisogna riconoscere il trionfo dell’ignoranza di massa (legittimata dalla sua efficacia comunicativa) e operare quotidianamente e con competenza come i nostri colleghi dei laboratori di ricerca scientifica, confidando in idee e valori che, in queste condizioni, non possono essere popolari ed esercitando piccole astuzie perché comunque tutto ciò non ci sta affatto bene.


CRISTIAN VALSECCHI
segretario generale amaci
In Italia i tagli alla cultura si susseguono inesorabilmente da almeno dieci anni e stanno accumulando ritardi che peseranno sulla crescita del nostro Paese, il cui sviluppo si è da sempre fondato sulla capacità creativa e culturale del suo capitale umano in risposta all’endemica povertà di risorse naturali. Nessuno nega che si debba razionalizzare la spesa pubblica (obiettivo che dovrebbe peraltro prescindere dalla natura della congiuntura economica). Si chiede però che ciò non avvenga nei termini ai quali siamo stati costretti in questi ultimi anni, durante i quali è prevalso un approccio contabile, semplicistico e indiscriminato. Molto può essere fatto, per esempio ridando centralità alle istituzioni culturali di proprietà pubblica e conseguente priorità al finanziamento delle stesse; introducendo criteri di valutazione meritocratica nella scelta e nella riconferma dei loro responsabili; incentivando strategie di sistema; adottando modelli di gestione autonomi più flessibili che sappiano superare una burocrazia pubblica che ha elevati costi di gestione e che produce inevitabili inefficienze nei processi produttivi. Ma ciò non può avvenire sottraendo risorse a un sistema, quello culturale, che, pur producendo benefici diffusi, è già ridotto ad uno stato di sussistenza.


FRANCESCO BONAMI
scrittore, giornalista e curatore al museo d’arte contemporanea di chicago
Piangere miseria non è un’attività esclusivamente italiana nel campo della cultura. Negli Stati Uniti tutti le più grandi istituzioni culturali praticano questa attività. Solo che negli Stati Uniti si chiama in un altro modo: fund raising. Tirare su fondi e finanziamenti. In Italia piangere miseria è fine a se stesso. Non ci aspettiamo nemmeno che altri si commuovano. Non piange solo il museo, il ministero, l’assessorato, il teatro, ma anche l’imprenditore e persino il filantropo, amico dell’umanità a patto che questa non chieda di aprire il portafoglio. Il problema, più che trovare finanziamenti, nel nostro Paese è “raising awareness”, ovvero far crescere la coscienza e la responsabilità nei confronti della cultura. Non solo nelle istituzioni e negli amministratori pubblici, ma anche nell’imprenditoria assolutamente aliena all’idea che investire in cultura debba essere prima di tutto un fatto di dovere verso la collettività e le comunità dove gli imprenditori operano e prosperano. Se le amministrazioni pubbliche devono tagliare, dopo aver razionalizzato le loro spese, devono però anche sentire l’obbligo di trasformarsi in strumenti di fund raising vero e proprio. Purtroppo dai ministri, ai sindaci, agli assessori, nessuno vuole trasformarsi in CEO delle proprie aziende, siano queste il ministero o la propria città. L’educazione dell’imprenditoria ad investire sul proprio territorio e sulla cultura che su questo deve svilupparsi parte prima di tutto dall’amministrazione pubblica. Tagliare, tanto quanto spendere scriteriatamente, è una politica che porta solo alla paralisi del progetto collettivo che è la costruzione di una mentalità nuova nei confronti di ciò che non può essere solo una serie di eventi di comunicazione aziendale o politica, ma prima di tutto investimento a lungo anzi lunghissimo termine. Non è una questione di spendere a pioggia, con il contagocce o chiudere i rubinetti del tutto. La questione è che senza una cultura sana, responsabile e autonoma dalla politica, tutti prima o poi qui in Italia moriremo di sete.


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16 settembre 2011
 
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