Sergio Caputo: "Io, ribelle che non accetta di "essere nel giro" radiofonico. Rifarsi una vita? Si può"

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E i Frankestein nascosti nell'armadio, palloni che non hanno mai volato... il clan dei panni sporchi, mi aspetta giù all'uscita... che confusione, io... vado a rifarmi una vita... Fuori si fa sera, che luna pensierosa... vorrei dimenticare, ma non ricordo cosa...”. Breve assaggio di quello che tutti i “caputiani doc” (una nicchia piuttosto agguerrita) sanno fin da 35 anni fa quando Sergio Caputo irruppe sulla scena musicale italiana a colpi di swing e di testi inconfondibili, fatti di neologismi e di impressioni capaci di rivestire quell’inquietudine spesso notturna con la quale tutti bene o male abbiamo fatto i conti, tra voglia di trasgressione, disincanto, malinconie e romanticismi improvvisi. Quelle parole appartengono a “Rifarsi una vita”, canzone presentata al Festival di Sanremo del 1989 e poco compresa. Oggi, quel pezzo, così come altri sette già pubblicati in passato e tre inediti, è stato ripescato e completamente rivestito di un nuovo abito in un album appena uscito che dichiara il suo obiettivo fin dal titolo, “Oggetti smarriti”.

Sergio Caputo.

Dove gli oggetti da far riemergere dall’ombra sono quei brani del passato fagocitati da singoli di successo o da un arrangiamento troppo ingombrante per rivelare la portata del testo. Il risultato è un disco intimo, cantautorale, rigorosamente acustico, salvo l’eccezione di “Scrivimi, scrivimi”. E quel brano “Rifarsi una vita” sembra quasi la colonna sonora del nuovo Caputo, occhiali e barba lunga, tre bimbi piccoli e un grande amore conosciuto, come recita il titolo di un suo romanzo, “Disperatamente (e in ritardo cane)”. Ma comunque in tempo per scegliere una nuova direzione esistenziale che stavolta lo ha portato in Francia. Ed è proprio da lì che prende avvio la nostra chiacchierata via Skype. I “caputiani”, però, si consolino: il 7 luglio mister “Sabato Italiano” sarà a Roma per un concerto. E intanto, un fitto calendario di appuntamenti estivi sta prendendo forma.

Com’è andata quest’opera di ripescaggio?
“È stata piena di gradite sorprese. Tra l’altro, ho scoperto che avevo già imboccato una strada coerente nel modo di disporre le parole. Ne è un esempio “Io l’ombra e la luna”, un testo che faceva parte del mio periodo hippie”.

Dovendolo definire, com’è il periodo attuale?
“Non saprei definirlo. I periodi si possono definire una volta chiusi. L’arte accade e dopo la si razionalizza. In pittura, come in musica. Ci sono tante canzoni che ho scritto e che ho capito solo a posteriori. Poi, certo, ci sono operazioni un po’ più artificiose, di chi si mette lì e decide di cosa parlare e fa il suo compitino. Ma questo non è il mio modo di scrivere”.

“Oggetti smarriti” è un disco unplugged, molto cantautorale. Riporta alla mente un certo De Gregori. Di sicuro i testi sono i grandi protagonisti.
“Hai centrato il succo. A volte le canzoni si smarriscono nel vestito degli arrangiamenti. Io ho sentito l’esigenza di spogliarle e di riportare l’attenzione sul testo. D’altra parte una canzone deve funzionare venendo eseguita solo voce e chitarra o voce e pianoforte. Se non funziona così, vuol dire che tutto il resto è fuffa. Ma accadeva anche che ci fossero canzoni che rimanevano in una zona oscura, nascoste dai singoli che andavano in radio. E è stato un modo per ritrovare dei pezzi che per me sono importanti”.

L'immagine di copertina di "Oggetti smarriti", il nuovo disco uscito il 25 maggio nei negozi digitali.

Dall’altra stanza arriva la voce della tua bimba che ricollego a una delle canzoni dell’album, “Rifarsi una vita”. Oggi vivi in Francia con tua moglie Cristina e i vostri tre bimbi. Insomma, ti sei rifatto una vita. Com’è stato?
“Ho vissuto 12 anni negli Stati Uniti. Poi c’è stato un divorzio. E con mia moglie Cristina abbiamo capito che continuare a vivere lì era inutile. Abbiamo subito uno stalking davvero sgradevole visto che ero nell’impossibilità di avere una comunicazione con i miei due figli maggiori. E quindi abbiamo provato a vivere a Roma, città della quale mia moglie, che è bresciana, era profondamente innamorata. Ma la Roma di oggi non è la città nella quale ero cresciuto. Ed è molto complicato viverci con dei bambini piccoli. Così abbiamo preso la decisione di spostarci in Francia. E credo che questa volta sia uno spostamento se non proprio definitivo, di lungo periodo”.

Ti trovi bene lì?
“Da sempre preferisco vivere in un posto dove non sono conosciuto. Mi piace fare una vita normale. Sono un uomo di famiglia, mi piace andare al mercato, fare la spesa, mangiare un panino in un parco o vicino al mare e prendere i mezzi. Non abbiamo più neanche la macchina”.

In questo disco ci sono tre canzoni inedite. Parliamo di “Scrivimi, scrivimi”, che è anche il singolo ed è sicuramente il pezzo più radiofonico dell’album. Racconti di un qualcosa che appartiene al quotidiano di un po’ di tutti e cioè del rapporto con i social. Come li vedi?
“I social per chi fa il mio lavoro sono uno strumento utile perché ti permettono di far arrivare dei messaggi a delle persone che magari altrimenti non li riceverebbero. Ma per molti rischia di diventare un’ossessione. Vedo persone che si nascondono dietro identità che non sono le loro, non mettono le foto, oppure pubblicano immagini di altre persone, o quelle di un micio o dei cartoon. È molto facile nascondersi e scatenare la propria aggressività, che ormai è diventata un fenomeno sociale. Anche recentemente, dopo che avevo scritto questo pezzo, sono uscite storie di gente che non esisteva o che comunque non era quella che diceva di essere. Se ne sono occupate “le Iene”, ma anche “Striscia”. Tu hai la possibilità di dialogare con persone che non hai mai visto in vita tua. Non hai idea di chi siano e soprattutto se esistano nella realtà. E tutto questo può indurre problemi molto grossi nelle persone più fragili. Ma i social hanno anche un lato positivo perché sono un luogo nel quale uno tende a mostrarsi al meglio. È una pratica che dovrebbe essere esercitata anche nella vita quotidiana. Il nosro lato lati migliore da promuovere e far conoscere agli altri, quello più deteriore da smussare e diluire”.immagine

Poco fa ho definito “Scrivimi, Scrivimi” la canzone “più radiofonica” dell’album. Il che equivale a disseppellire l’ascia di guerra e a riaprire una battaglia che porti avanti da qualche anno e di cui avevamo già parlato in occasione dell’uscita del tuo precedente album, “Pop, Jazz and Love”. In quell’occasione avevi denunciato il fatto di essere trascurato dalle radio. Da allora è cambiato qualcosa?
“No, in realtà non è cambiato granché. Vorrei però prima di tutto chiarire che io non sono uno che fa polemiche. Ho semplicemente raccontato una situazione anomala, così come molte altre cose in Italia. E cioè che le radio non sono più uno strumento per far conoscere la musica. Io sono cresciuto musicalmente grazie alle radio dove ho scoperto artisti come Neil Yong, Crosby, Still and Nash, Jackson Browne, il jazz. Oggi non è più così. Le radio hanno mollato questa missione culturale. Quando ho iniziato la mia carriera, si faceva un album e si andava in giro per le radio a farlo ascoltare. Se poi il pezzo attecchiva, la radio lo faceva ascoltare al pubblico. Ora non è più così perché le radio hanno fatto questo ragionamento: “Se noi facciamo 30 secondi di pubblicità di un dentifricio ci pagano un sacco di soldi. Invece per fare 5 minuti di pubblicità al tuo pezzo non ci date niente. Così le cose non funzionano e bisogna cambiare questo sistema”. Quindi hanno deciso di mandare solo musica perlopiù vecchia, fatta eccezione per Vasco, Ligabue e quelli più importanti che non si possono non passare. Tutti gli altri pezzi nuovi invece non si sentono. Così la radio si toglie dalla situazione di essere presa d’assalto dalle case discografiche e se uno vuole essere passato dalle radio deve essere nel giro. E “essere nel giro” può significare tante cose”.

Nei tuoi confronti oggi sembra essere cambiato qualcosa. Fiorello su Radio Deejay ha iniziato a programmarti quasi quotidianamente e qualche giorno fa un tuo pezzo è stato passato perfino su RadioRai.
“In effetti qualcosa sembra che stia cambiando e che mi stiano trasmettendo anche con i pezzi un po’ più recenti. I pezzi vecchi si sono sempre sentiti anche se a detenere il catalogo sono le case discografiche che un artista magari ha abbandonato. Questo catalogo è un piccolo patrimonio che tornerà utile se muori o se la casa discografica deve vendere i propri cataloghi a qualche altra major. Così le vecchie case discografiche non sono contente se tu esci con nuovi album perché guadagnano dai pezzi vecchi. E non ci pensano proprio a metterti sotto contratto perché tu ora costeresti di più. Così si è verificata una sorta di coesione tra case discografiche e radio. Quella che un tempo era una guerra ora è un rapporto di complicità. Per quanto mi riguarda, ho tanti estimatori che lavorano nelle radio ma le policy aziendali non consentono di fare la promozione come si faceva una volta. D’altra parte lo speaker della radio non è colui che decide le playlist. Il deejay tradizionale come ha fatto giustamente notare Renzo Arbore non esiste più. In quanto a Fiorello, non ci siamo parlati. La sua è un’iniziativa spontanea che mi fa davvero molto piacere”.

Insomma, una scelta fatta da un artista libero come Fiorello nei confronti di un altro artista libero come te. In “Oggetti smarriti” c’è anche uno dei tuoi primi pezzi, “Libertà”. Che cosa vuol dire per te essere libero?
“Sono sempre stato una persona ribelle. Non mi sono mai adeguato a ciò che c’era per il solo fatto che fosse lì. Mi sono sempre fatto delle domande e ho sempre cercato di trovare una mia via. La stessa cosa ho fatto con la musica Quella canzone l’ho scritta a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta. Era un momento in cui alcuni cercavano la libertà nel buddismo, altri negli stupefacenti. Io l’ho cercata nel fare musica. Ascoltandolo oggi quel pezzo, ti accorgi che non è cambiato nulla. Potrebbe essere cantato da uno come Vasco. La ricerca della libertà è una faccenda basilare per la personalità di un artista che è più soggetto a essere assorbito e manipolato. Ma al di là del fatto artistico, credo che questa ricerca sia un’esigenza di tutti che non sempre si riesce a esprimere. Di chi si trova incastrato in lavori o in rapporti che non ci gli piacciono più. A volte sembra che sia ineluttabile. Ma non lo è. Se la vita che facciamo non ci assomiglia, si può andare a vivere da un’altra parte o fare qualcosa di completamente diverso. O almeno si può tentare”.