Mario Biondi: "Io, i miei otto figli e noi siciliani che aspettiamo le cose dal cielo"

"A Sanremo mi sentivo anacronistico, una specie di Tony Dallara; la musica brasiliana? è il mood dell'anima; la mia Sicilia grillina? Da noi prevale l'effetto Malavoglia": intervista al Barry White italiano

Mario Biondi: 'Io, i miei otto figli e noi siciliani che aspettiamo le cose dal cielo'
di Cinzia Marongiu   -   Facebook: Cinzia su Fb

Bossanova unita a soul e funk, senza dimenticare qualche spruzzata di swing per rivisitare grandi classici della musica brasiliana ma anche per accompagnare brani inediti : “Brasil” è un disco ricco di sonorità e atmosfere e ancor più di gioia di vivere, oltre che di collaborazioni eccellenti. A firmarlo è Mario Biondi, reduce dalla sua prima avventura sanremese (“è andata bene, sono finito secondo dopo gli Elio e le storie Tese”, dice ironico, alludendo al penultimo posto della sua “Rivederti”) e prossimo a un importante tour che dopo Roma e Milano lo porterà a Londra, Manchester, Glasglow ed Edimburgo.

Più che un disco, quella di “Brasil” è un’esperienza di vita che ti ha portato a Rio De Janeiro per lunghi periodi. Com’è andata?
“Ho potuto collaborare con produttori fantastici come Mario Caldato e Kassin e da loro ho imparato moltissimo”.

Da dove nasce questa passione per la musica brasiliana?
"Trovo che ci sia un’assonanza tra la mia Sicilia e il Brasile facendo entrambi parte del Sud del mondo. Io sono nato sotto un vulcano, in un’isola vicino all’Africa e in una città come Catania popolata da persone estremamente solari e con un’energia vitale incredibile e molto simile a quella universalmente nota dei brasiliani. Da un punto di vista musicale, poi, sono cresciuto con la musica brasiliana, con la loro cultura che negli anni 70, rigettata dalla politica del Paese, ha trovato rifugio in Europa. Chico Buarque e Toquinho, ad esempio, vivevano in Italia. Ma in realtà il primo musicista legato alla musica brasiliana che mi ha colpito è un americano di Milwaukee. Mi riferisco ad Al Jarreau, ma amavo tantissimo anche Djavan, i Manhattan Transfer, Caetano Veloso e Sergio Mendes. Il suo “Brasileiro” nel 94 lo ascoltavo almeno 20 volte al giorno”.

Come è stata la tua prima volta a Sanremo?
“Con il mio pezzo mi sentivo un po’ anacronistico. Una sorta di Tony Dallara d’altri tempi. Ma d’altra parte mi è sempre piaciuta certa musica italiana degli anni 60, quando erano gli americani a fare le cover delle nostre canzoni e non viceversa. Mi riferisco al periodo di Umberto Bindi e Gino Paoli, che ci hanno resi famosi nel mondo”.

Ma poi alla fine che ci facevi a Sanremo?
“Non l’ho usato come vetrina. Semplicemente avevo voglia di presentare la mia canzone cantata finalmente in italiano e di eseguirla con una grande orchestra. Insomma, nessun intento commerciale anche perché l’arte non è commerciale. E io con la mia musica sono un’eccezione perché sono quanto di più artisticamente lontano da ciò che funziona ma per fortuna riesco a vendere lo stesso i miei dischi”.

In questo album canti in italiano, inglese, francese, portoghese. Come mai?
“Mi sento come un bambino che gira il mondo affamato di vita. Cerco di fare bene, di dare il meglio di me. Mi piace sperimentare e mettermi in gioco. E così anche se in francese so giusto dire “Bonjour” e poco altro, ho cercato di misurarmi con questa lingua così musicale. Idem per il portoghese”.

Sei padre di otto figli. Come vivi la tua paternità rispetto alla vita nomade dell’artista?
“È una lotta importante e impegnativa che fermamente voglio fare. Non voglio che i miei figli crescano con la madre. Voglio essere un padre che partecipa all’educazione e alla loro crescita. Così faccio i salti mortali pur di esserci e pur di vederli. Ora che ho 47 anni e un pischellino di 19 mesi mi sto pure intenerendo. Sono un po’ più frignone”.

C’è qualcuno degli otto che sta seguendo le orme paterne?
“In linea di massima cantano e suonano tutti. Il più grande che ha 21 anni suona la batteria , strimpella la chitarra e canta. E le due figlie probabilmente me le porterò in tour per fare le coriste perché cantano. Certo, poi oltre alla musica, in tempi di adolescenza bisogna affrontare anche le ribellioni. Un po’ ti amano, un po’ non ti sopportano. E viceversa”.

Da siciliano cosa ne pensi di questa Sicilia grillina?
“Penso che al Sud siamo sempre lì con la faccia rivolta al cielo sperando che succeda qualcosa. Viviamo a campare, con l’indubbia fortuna di avere una qualità della vita comunque alta. E stiamo lì ad aspettare. Sembra sempre che non abbiamo mai niente da perdere. È un po’ l’effetto Malavoglia, di chi pensa che gli vada sempre tutto storto, di chi vive la vita come va va. Ma sai che penso?

Cosa?
“Che questa storia che siamo tutti uguali ci abbia portato a un cul de sac. Ormai viviamo in una società in cui tutti possono fare le cose che fanno tutti e possono criticare tutti. Io non credo che sia così. Non siamo tutti uguali. Ognuno ha il proprio talento e deve cercare di utilizzare quello. Non dico che credo nella monarchia ma vorrei tornare a una visione gerarchica della società. Una società dove il dottore fa il dottore, la maestra fa la maestra, il giornalista fa il giornalista e il cantante fa il cantante. E nessuno si improvvisa. Ci vorrebbe un po’ di onestà intellettuale. E invece nel mondo noi italiani continuiamo a essere famosi per essere dei “cazzari” e degli azzeccagarbugli. Insomma, siamo un Paese in balìa del mare e non sappiamo dove la corrente ci porterà”.