Dori Ghezzi e il film su De André: "Ecco come è nato il nostro amore"

Al cinema e in tv arriva "Principe Libero", racconto di 40 anni di vita del cantautore al di là del mito: "Spero di non aver fatto danni. So per certo che Fabrizio, nel caso, mi perdonerà"

Dori Ghezzi e il film su De André: 'Ecco come è nato il nostro amore'

L’adolescenza ribelle e allergica a ogni forma di autorità, quella di un ragazzo della Genova bene che alle cene di famiglia preferisce i carruggi vicino al porto, alle frequentazioni borghesi antepone gli emarginati e l’umanità di “Via del Campo” e agli studi in Giurisprudenza predilige di gran lunga i poeti maledetti alla Rimbaud e Villon e il suono dolce e irrequieto di una chitarra. La giovinezza in perenne conflitto tra i doveri familiari verso la moglie Puny e il figlio Cristiano e la ricerca di spazio e tempo per la sua arte, per il suo bisogno di scrivere, per la sua fame di vivere e la sua sete di libertà nutrite dalla frequentazione di Luigi Tenco e del poeta Riccardo Mannerini. La notte come musa anticonformista, come complice silenziosa, come sponda ideale alle strimpellate irriverenti con Paolo Villaggio, alle bevute in riva al mare, all’irrequietezza di chi non vuole arrendersi alle convenienze e, testardo e ostinato, vuole inseguire la vera bellezza. E poi quel trafiletto di cronaca trasformato nel capolavoro di “La canzone di Marinella” e reso eterno dalla voce di Mina, che, come raccontò molti anni dopo, “truccò le carte a mio favore e soprattutto a vantaggio dei miei virtuali assistiti” inducendolo ad abbandonare gli studi in legge e ad abbracciare per sempre la musica. E ancora il successo e il terrore del palco, l’incontro con Dori Ghezzi e con un amore finalmente libero di accettarsi per come si è e allo stesso tempo di rincorrere la vera libertà nella vita di campagna in Gallura e nei ritmi contadini. E infine i 4 mesi drammatici in mano all’Anonima Sequestri, il riscatto che non arriva e la disperazione che ancora una volta riuscirà a trasformare nell’arte del perdono e di quel capolavoro assoluto che resta “Hotel Supramonte”. “Fabrizio De André - Principe Libero” è una cavalcata emozionante e riuscitissima in 40 anni della vita del più grande cantautore italiano. Un modo per rivisitare la sua crescita interiore, la sua instancabile ricerca di ogni forma di libertà e la sua poesia in musica ma anche per far conoscere alle giovani generazioni un modo diverso di stare al mondo, dove la fiaccola dell’anarchia non è ribellismo fine a se stesso ma assunzione di responsabilità individuale, mai demandabile. Il 23 e il 24 gennaio sarà nei cinema e poi il 13 e il 14 febbraio arriverà su Rai1. A interpretare Fabrizio è Luca Marinelli (David di Donatello per “Lo chiamavano Jeeg Robot”), artefice di una prova d’attore davvero stupefacente. Ma a muovere le fila di un progetto che mette insieme RaiFiction e la Bibi Film di Angelo Barbagallo è la minuta e rocciosa Dori Ghezzi, instancabile animatrice della Fondazione De André.

Dori, questo film è emozionante per chiunque ma soprattutto per chi De André ha avuto la fortuna di conoscerlo. Non riesco però a immaginare quanto possa essere emozionante per te ritrovarsi sullo schermo accanto a lui e rivivere la vostra straordinaria avventura umana.
“È vero. Ho un groppo in gola che non mi si scioglie. Non è scontato come possa essere recepito questo film. Abbiamo tirato in ballo tanti di quei personaggi…”.

Ma al di là di come sarà accolto, che effetto ti ha fatto vederti rappresentata accanto a Fabrizio? Mi ha molto colpito la narrazione del vostro primo incontro. È andata davvero così?
“Sì, è stato proprio un colpo di fulmine. E, pensa, io ho ancora due Caravelle anziché una , perché la seconda è quella che mi diede Fabrizio fingendo che io l’avessi dimenticata sul tavolo. Un modo per avvicinarsi a me e presentarsi. Da allora iniziammo a guardarci a distanza. Anche se da quel colpo di fulmine dovettero passare ben 4 anni prima che ci fosse l’incontro definitivo”.

Di questo film sei artefice, musa, supervisore: com’è andata?
“In certi casi è stata una sofferenza perché per me c’erano tante persone importanti da rappresentare che invece non hanno trovato spazio”.

Secondo te qual è la scena che più di tutte racconta De André?
“Ce ne sono tante irrinunciabili. Di sicuro quella con Luigi Tenco è di grande impatto emotivo e fondamentale per capire l’etica e la poetica di Fabrizio. Io in quella scena non c’ero ma credo che sia proprio andata così come l’abbiamo raccontata. Il loro tormento, le contraddizioni, l’irrequietezza: credo sia stato quasi un passaggio inconsapevole di testimone. A me ha molto emozionato anche la scena in cui a Fabrizio viene annunciata la morte di Tenco e le parole di “Preghiera in gennaio”. Un’altra scena che mi tocca tantissimo è quella finale con il padre. In quel caso io ero presente”.

Tu eri lì quando il padre ormai vicino alla morte chiese a Fabrizio di smettere di bere?
“Sì, ero con Fabrizio”.

E com’è andata poi?
“Fabrizio ha deciso subito di smettere. Faticosamente, a volte soffrendo come una bestia, ma lo ha fatto da subito per mantenere fede a quella promessa. E questo credo dimostri anche quanto forte fosse il legame che li univa: certo, il padre era un patriarca, invadente e severo, ma Fabrizio lo ha amato anche per questo. E ha capito che voleva solo il suo bene”.

Nel film è rappresentato anche il periodo del sequestro. Quali sono state le tue esigenze e quale l’impatto emotivo?
“Volevo la misura. Non volevo che ci si crogiolasse troppo nei dettagli ma che fosse rappresentato per ciò che è stato, un insegnamento, un’opportunità di crescita soprattutto per me e Fabrizio”.

Credo che per voi due aver vissuto un’esperienza del genere insieme sia stata una cosa talmente forte da unirvi per il resto dei vostri giorni.
“Sì, hai ragione. Dopo qualcosa di così forte o rompi o stai insieme per sempre. A me e a Fabrizio ci ha uniti ancora di più. Il nostro rapporto è cresciuto”.

Nel film invece non si vede l’ultimo periodo della vita di Fabrizio, quello della malattia. Perché questa scelta?
“Perché abbiamo voluto mettere a fuoco un percorso di crescita umana e artistica. La malattia da questo punto di vista non c’entrava perché non è stata una crescita”.

Come se l’è cavata Luca Marinelli?
“Direi molto bene. Quando glielo hanno proposto la sua risposta è stata “Non sono in grado di farlo”. Ed è lì che ho capito che era la persona giusta”.

Perché?
“Perché quella è la risposta che avrebbe dato Fabrizio”.

A fare da colonna sonora a questo film ci sono 40 canzoni di De André, alcune in versione originale, altre ricantate da Luca Marinelli. Quali sono le tue canzoni del cuore?
“Sono tante. Amo tantissimo “Ho visto Nina volare”. Nel film Marinelli canta con la sua voce “La canzone dell’amore perduto” e “Il pescatore” e lo fa in maniera sorprendente. Direi un miracolo della natura”.

A un certo punto c’è un dialogo tra te e Fabrizio nel quale lui ti dice che non ti avrebbe mai voluta mettere in una canzone, perché nelle sue canzoni, raccontandole, lui cambiava e trasfigurava le persone. E invece a te non ti avrebbe mai voluta cambiare da come eri. Poi però ha scritto “Hotel Supramonte”.
“Sì, è vero, quella canzone è dedicata a me e al nostro amore, ma Fabrizio non avrebbe mai potuto prevedere che cosa sarebbe successo quando mi disse quelle parole. Mi riferisco al sequestro ovviamente. Per me “Hotel Supramonte” è una canzone particolarmente toccante, capace di raccontare il dolore più indicibile ma anche la leggerezza. Davvero un qualcosa di meraviglioso”.

Perché avete fatto questo film?
“Perché Fabrizio esiste in ogni caso. Non l’ho fatto per farlo ricordare perché la gente di lui si ricorda già. È incredibile. Credo che sia davvero un caso a parte. Ogni anno l’11 gennaio in Piazza Duomo a Milano migliaia di persone si riuniscono e cominciano a cantare e a suonare le sue canzoni. Ha tracciato un solco profondissimo nell’animo delle persone. Non c’è distinzione di età. Era un film che andava fatto. Poi, certo, speriamo che a Cristiano piaccia”.

Cristiano aveva espresso delle riserve su questo film.
“Sì, è vero, ma non lo ha ancora visto. Noi ci abbiamo provato. Gli attori sono stati tutti straordinari. Poi, non so. Spero di non aver fatto danni. So per certo che Fabrizio, nel caso, mi perdonerà. E a chi non lo vorrà fare, chiederò scusa”.

Qual è la scena più intima capace di rappresentare il vostro amore in questo film?
“Ce n’è una per me davvero speciale. È quando siamo a L’Agnata in Sardegna. La casa vuota, senza luce e senza niente. Ancora un rudere da ristrutturare. E lui mi preparò quel pasticcio di verdure. Io e lui da soli a mangiare in campagna. Ecco quello è il nostro amore. Non ci serviva nient’altro”.

Hai detto che il vostro è stato un colpo di fulmine. Ma a te che cosa ti ha fatto realmente innamorare di Fabrizio?
“La sua capacità di aiutare le persone, di ottenere il meglio dagli altri. Grazie a lui scoprivi te stesso e prendevi cognizione del tuo valore”.

E cosa pensi che a Fabrizio abbia fatto innamorare di te?
“Non lo so. Sai, Fabrizio non faceva delle sviolinate. Però una volta ha detto che viveva con me perché mai sarei andata a parlargli del mare mentre lui stava pensando alle nuvole”.