Bob Dylan a Roma si mette quasi a nudo. E alla fine ci scappa pure un bacio

Niente video, niente foto e niente parole. Dalla sua bocca non ne uscirà nemmeno una durante il primo dei tre concerti nella capitale. Ma mister Zimmerman sa come ripagare l'amore incondizionato dei "dylaniani doc" di tutte le età

Bob Dylan a Roma si mette quasi a nudo. E alla fine ci scappa pure un bacio

Gli addetti alla biglietteria stringono ancora in mano il biglietto mentre ti avvertono: “Conosce la policy della serata? Niente video, niente foto, niente cellulare”. Ma come? Nemmeno i primi 30 secondi concessi di solito alla stampa? Neanche i fotografi? “Niente di niente”. Non basta. Azzardi a chiedere la scaletta delle canzoni. E ti seppelliscono con una sonora risata: “La scaletta? Non esiste la scaletta con Bob Dylan”. E tu sorridi a denti stretti, ammicchi e finalmente ammetti anche a te stessa che un concerto del più inavvicinabile e burbero mito della musica è qualcosa di unico e irripetibile. Ancora qualche metro prima di entrare nella Sala di Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma ed ecco gli stessi avvertimenti affidati ad alcuni cartelli disposti in ogni angolo: “È severamente vietato effettuare foto e riprese durante lo spettacolo. Il mancato rispetto comporterà l’allontanamento dalla sala”. Se poi non fosse abbastanza chiaro il concetto, quando ti staccano il biglietto e ti perquisiscono la borsa, arriva quasi una preghiera: “Mi raccomando, metta via il telefonino… altrimenti l’artista si stranisce”.

Tra sensi di colpa e facce da ebeti

L’effetto è quello sperato perché quando entri dentro la sala e guadagni il tuo posto seppellisci il tuo cellulare sotto le chiavi, il beauty e un miliardo di sensi di colpa, del tipo “non facciamoci riconoscere noi italiani” e piuttosto che tirarlo fuori dalla borsa ti riprometti di staccarti una mano. Ti guardi intorno e capisci subito di non essere l’unica. Anche la caotica Roma, la città dove un divieto sembra quasi una provocazione a violarlo, si adegua a mister Zimmerman. Tutti seduti, ordinati e silenziosi in sua attesa. In faccia un’espressione da ebete che ha appena vinto al superenalotto, di chi in fronte ha stampato a caratteri cubitali “io ci sono” che tra poco meno di due ore diventerà “io c’ero”, con tanto di biglietto incorniciato e tanti tatuaggi sul cuore che corrispondono a date insignificanti se non sei un “iniziato”, una specie di “condannato a vita” che, al posto delle crocette sul muro per i giorni che passano, enumera i concerti di Dylan inseguiti in ogni dove, Berlino 1987, Bologna 1997, Roma 2009, e così via. Insomma, tutti sfoggiano la faccia del dylaniano doc, razza che non teme l'estinzione ma che anzi, accanto a irriducibili settantenni, a nostalgici sessantenni e a reduci cinquantenni, rilancia con tantissimi ventenni.

L'App Shazam messa in crisi dal menestrello

Sì, ventenni, come il ragazzo e la ragazza che siedono accanto a me e che trascorrono buona parte del concerto a interrogare l’App Shazam, quella che riconosce le canzoni e ti comunica il titolo, per capire che cosa stia cantando il vecchio Bob. Solo che Dylan si fa beffe pure della tecnologia e come di consueto stravolge le sue canzoni con arrangiamenti sempre diversi per cui la povera Shazam va in tilt parecchie volte e spesso alza bandiera bianca. Alla mia sinistra invece c’è un dylaniano della sottospecie “mistica”, di quelli che cadono in trance appena lui sale sul palco e che si riprendono alla fine di ogni canzone per applaudire come forsennati, pronto a svenire sulla poltroncina appena Dylan attacca un altro pezzo, la mano sulla fronte, gli occhi chiusi, accasciato come se non ci fosse un domani.

Alle 21 in punto entra il grande Bob

Alle 21 e zero zero entra Dylan e attacca a suonare. Il Santa Cecilia scatta in piedi come un sol uomo, dalle labbra di Bob non esce nemmeno una sillaba che non appartenga al testo di “Things Have changed”, la prima delle 20 canzoni che eseguirà stasera. E in effetti tante cose sono cambiate in questi anni, tranne l’amore incondizionato per questo signore di 77 anni, andatura claudicante, equilibrio in forse, grinta da vendere. Eccolo, pantaloni neri con striscia laterale chiara, su camicia nera abbottonata fino al collo e giacca chiara con qualche luccicchìo qua e là. Ai piedi, stivaletti in pelle. Niente occhiali scuri, niente cappello in testa, solo il pianoforte usato come fido scudo durante quasi tutto il concerto. Dylan sembra aver meno voglia di giocare a nascondino con il suo cuore e si offre quasi nudo in un pugno di capolavori assoluti pescati dai suoi 38 album che gli sono valsi 130 milioni di dischi venduti e un numero imprecisato di premi, tra cui l’Oscar, il Grammy e il Nobel per la Letteratura, quello che non è nemmeno andato a ritirare di persona.

In volo tra rock, folk e ballad evergreen

Lui però sa come farsi perdonare: eccolo, struggente, nella stupenda cover di Frank Sinatra “Melancholy Mood”, contenuta in “Fallen Angels” del 2016, ma anche in “Autumn Leaves”, brano con il quale omaggia Ives Montand ; eccolo graffiante e rockettaro in “Thunder On The Mountain” e in “Pay On Blood” ; eccolo cantastorie irraggiungibile in “Long and Wasted Years” e “Duquesne Whistle”, entrambi del bellissimo album “Tempest” del 2012, dal quale canta anche “Soon After Midnight” ed “Early Roman Kings”, come a voler ricordare, se ce ne fosse bisogno in questa sala di rimbambiti innamorati, che lui le crisi di ispirazione neanche sa cosa siano e che continua a sfornare hit e capolavori proprio come faceva negli anni Sessanta.

Il bis, le canzoni stravolte e quel bacio fugace

Ci scappa pure il bis, nel quale qualche centinaio di coraggiosi si spinge sotto il palco. Dylan attacca “Blowin’ in the Wind” completamente irriconoscibile e l’App Shazam dei miei vicini accarezza l’idea di farla finita e di buttarsi nel Tevere. L’ultima canzone è “Ballad of a Thin Man”, autentico rebus sul quale si accartocciano i dylaniani di tutto il globo fin dal 1965. È il pezzo sul misterioso Mr. Jones, quello che “entra nella stanza con la penna in mano”, quello che sa “che sta succedendo qualcosa” ma che non capisce cosa sia, quello che Dylan negli anni si è divertito a incorniciare di indizi che più che svelare il rebus ne hanno allontanato la soluzione. La spiegazione più accreditata l’ha fornita in Giappone nel 1986: “È una canzone che scrissi un po’ di tempo fa per rispondere a tutti quelli che non facevano altro che farmi domande. Non ne potevo più. La vita di una persona dovrebbe parlare da sola, no?”. Se ne va come è arrivato, senza dire nemmeno una parola in tutta la serata. Sfiora le labbra con la mano e accenna un bacio verso il pubblico adorante. E ancora una volta ha ragione lui: perché farsi tante domande?