Alexia e "Quell'altra": "Quando la casa discografica mi obbligò a dire che avevo una storia con Maradona"

Alexia e 'Quell'altra': 'Quando la casa discografica mi obbligò a dire che avevo una storia con Maradona'
di Cinzia Marongiu   -   Facebook: Cinzia su Fb

“Quell’altra è quella che ha sofferto e che aveva messo troppo di se stessa nella professione senza curare la parte umana. Quell’altra è quella che prendeva sempre troppo sul serio il lavoro e che sacrificava la salute dell’anima. Quell’altra è quella che finiva per vivere negli hotel, che stava ore e ore da sola senza parlare con nessuno e che rischiava l’alienazione. Quell’altra è quella che sperava sempre di ottenere consensi non soltanto dal pubblico ma anche da chi le stava intorno. Quell’altra è quella che alla fine si era ridotta a essere specchio dell’immagine che di lei avevano gli altri e che non si trovava mai una cosa a posto. Perché i feed back degli altri per lei erano sacrosanti e non venivano mai messi in discussione”. Quell’altra è ciò che era diventata suo malgrado Alexia (nome d’arte di Alessia Aquilani), 6 milioni di dischi venduti, 9 Festivalbar, un secondo posto a Sanremo nel 2002, una vittoria nel 2003. Meravigliosa voce black in un fisico minuto che l’aveva lanciata nel paradiso dell’euro-dance. Oggi quell’Alexia, “Quell’altra” come la chiama lei e come ha battezzato il suo nuovo album in uscita il 29 settembre, non c’è più. “Da lei ho finalmente preso le distanze. Oggi la guardo con tenerezza e dolcezza. Non era altro che il risultato di tante fragilità non elaborate e non curate a dovere”.

La solitudine e l’infelicità della vita dell’artista, di quella creatura che sul palco si anima ma che quando le luci si spengono crolla, di quel personaggio che si dimentica di essere persona e che magari finisce per aver paura di ritornare a casa, di affrontare la vita vera e di scoprire che intorno a lei non c’è nessuno: eccolo il cuore pulsante di questo disco che però va molto oltre e regala una fotografia finalmente a fuoco di una donna che a 50 anni tondi e con 20 anni di carriera alle spalle ha deciso di essere solo se stessa. E di non obbedire più a logiche discografiche che non le appartengono e che negli anni hanno finito per inaridirla, mettendola in perenne disagio con se stessa.

Quando hai iniziato a prendere le distanze da “Quell’altra” Alexia?
“Quando ho scoperto di essere in attesa di un figlio. A quel punto ho deciso che volevo fare una vita normale. In realtà la gravidanza era un po’ un alibi perché questa decisione sarebbe dovuta avvenire prima insieme con il tentativo di superare ansia da prestazione, fragilità e paure. Con la bambina è arrivato un mondo completamente nuovo per me: matrimonio, maternità, stare a casa, diventare quasi invisibile rispetto a quella visibilità estrema che avevo prima. Solo che poi è arrivato anche il conto da pagare: mi è mancato il lavoro, l’adrenalina del palco. Così nel 2009, quando ho conosciuto Mario Lavezzi e poco dopo Mogol, ho avuto l’occasione di risalire su un palco importante, quello di Sanremo. È stata davvero una grande emozione perché a quel punto pensavo che per me ormai i giochi fossero fatti. Poi è arrivata la mia seconda bambina e le cose si sono rallentate di nuovo”.

Due anni fa ti ho intervistata e devo dirti che a me la presa di distanza “da quell’altra” Alexia sembra essere una conquista molto più recente.
“In effetti non è da tanto che ho ripreso i rapporti con le persone che fanno parte del mondo dello spettacolo. È stato salutare. Mi sono accorta che la mia situazione è la stessa di tanti: la fatica a ritrovare un proprio spazio in un mondo che non ti aspetta, che cambia, che va avanti. Pian piano ho preso possesso della mia coscienza e ora sono riuscita a fissare questo momento nella canzone che dà il titolo all’album. Riesci a farlo solo quando stai meglio. Ora so che sto facendo tutto con impegno, al meglio, ma non sto sacrificando altre cose. Ho imparato a non aspettarmi niente di particolare. E questo, può sembrare assurdo, ma è liberatorio”.

Le tue parole mi hanno ricordato quelle che qualche settimana fa ha pronunciato Lady Gaga in un documentario dedicato alla sua vita. Lei, sul tetto del mondo e la solitudine come unica compagna. Ma allora qual è l’antidoto, se esiste? Tu adesso hai ricominciato la tua vita d’artista, sei in giro per la promozione del disco, farai delle serate e magari non sarai tu a mettere a letto le tue figlie o a fare con loro la colazione. Come gestisci le due Alexie?
“Ora sono Alexia solo quando salgo sul palco. Appena scendo non sono altri che me stessa. Ho imparato a non lasciarmi più coinvolgere dall’ingombro di essere artista. Ho realizzato che anche il mio approccio con le persone è cambiato. Prima quasi le spaventavo. Ora cerco di essere più umana. A insegnarmelo sono state soprattutto mie figlie. A casa, a scuola sono la mamma, non Alexia. Ed è giusto così. In quanto a Lady Gaga, la ammiro tantissimo. Sul palco è meravigliosamente pazza. Di una bravura stratosferica nella sua capacità di trasformarsi. Rivedo molto in lei di quello che ero quando ero una ragazzina. È ancora molto giovane e so che su questa sofferenza dovrà lavorarci tanto”.

Quando si decide di prendere la propria vita professionale in mano, come hai fatto tu, immagino che con la discografia sia necessario mettere i puntini sulle “i”. Perché magari cominciano a starti strette certe imposizioni, certe regole legate all’immagine. Ti è successo? E come ti regoli?
“Sì, mi è successo in passato. Per fortuna adesso non mi accade più perché non appartengo più a una major. Oggi sono indipendente e ho un team di persone in gamba con tanti giovani. Nella discografia i giovani, anche quelli di talento, finiscono per essere schiacciati da chi comanda, spesso persone di altre generazioni discografiche. Per quanto riguarda il mio look e che cosa dire non ho più bisogno di persone che mi mettano in bocca le parole. Sono diventata consapevole di ciò che dico. Anche se naturalmente il mio lavoro è sempre il risultato di un brainstorming collettivo. Si parla, si discute, ma in piena armonia”.

Mi fai un esempio di quando ti è successo di dover dire o fare cose per obbedire a una logica discografica e commerciale?
“Mi è capitato in tre occasioni. Ero in Inghilterra dove stavamo facendo promozione massiccia perché il mio brano “Uh la la la” era entrato nella top ten inglese. E la Sony UK aveva deciso che doveva costruire intorno a me un personaggio che potesse interessare i media e suscitare il gossip. La prima cosa che s’inventarono era che io andavo pazza per il fish and chips, che invece non mi è mai piaciuto. Poi si inventarono che ero una party girl, una che passava da una festa all’altra, mentre io ero una che ogni sera crollava a letto stanca morta. Così si inventarono che avevo avuto una relazione con Diego Armando Maradona. Sai quelle cose “forse sì, forse no, ma vi eravate visti, vi siete parlati”. Si inventarono pure che avevo avuto una storia con un calciatore svizzero che militava in una squadra inglese. E, ultima invenzione, che ero stata con un cantante che si chiamava Peter André, uno di quelli con gli addominali scolpiti. Erano tutte balle ma io dovevo dire “sì, è vero”. Mi sentivo una cretina patentata. Ma loro mi ripetevano: “Devi stare al gioco, devi stare al gioco”. Io lo trovavo ridicolo. E soprattutto non ne capivo l’utilità. Cercavo di mantenere una mia integrità. Oggi forse ci riderei su. A 50 anni sei più sfacciata e consapevole e soprattutto riesci a fregartene. A 27-28 anni no. Poi magari avevano ragione loro perché le pagine dei giornali inglesi erano piene di queste mie foto, di questi collage con i miei supposti amanti. A pensarci fa abbastanza paura. È una roba da analisi”.

Nel tuo disco c’è un’altra canzone che mi ha colpito. Si intitola “Fragile fermo immagine”. È il terzo singolo estratto dall’album e racconta in modo straziante cosa vuol dire dirsi addio.
“La fine di un amore è un dolore immenso. Lo paragono a un lutto, alla morte. Ne ho vissuti diversi sia in campo sentimentale sia in campo professionale. Quando sei giovane non riesci a vivere le cose con distacco. E così, nella volontà di mettermi a nudo in questo disco, è venuta fuori anche questa canzone. Quando la canto penso all’unico addio veramente doloroso che ho vissuto molti anni fa. Ricordo la nebbia fitta, l’inverno improvviso, l’angoscia delle gambe che non ti reggono, l’incapacità di muoverti nei tuoi spazi e la consapevolezza che non c’è più nulla da fare”.

I primi due ringraziamenti nel tuo disco sono per tua mamma e per tuo marito. Me li racconti?
“Mia madre e mio marito Andrea sono le persone che mi hanno permesso di essere ciò che sono oggi. Mia mamma, che non è una talent scout ma una casalinga, ha sempre creduto in me fin da quando ero una ragazzina che portava in giro per i concorsi canori. E mio marito ancora oggi mi permette di essere me stessa, di fare questo lavoro, di poter essere assente”.

C’è una canzone nel disco che si intitola “Tu salvami ancora”. Chi ti ha salvato?
“Sicuramente mio marito. È stato lui a salvarmi da una morte certa del cuore. Quando l’ho conosciuto ero veramente sofferente. E con lui accanto ho cominciato a vedere di nuovo una bella luce”.