La Canalis contro la Sardegna: "Isola simbolo di barbarie e maltrattamenti sugli animali. Siamo fermi al Medioevo"

Un cagnolino meticcio viene ucciso nel sassarese, parte il processo e la ex velina accusa sdegnata l'isola su Instagram. Ma è davvero così? Vediamo i dati

Elisabetta Canalis,
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

C'è una mollichina furiosa su Instagram, ed è arrabbiata e molto, con tutta la Sardegna, sua terra d'origine. Sul social network fotografico si chiama Little Crumb, appunto mollichina, ed è in realtà Elisabetta Canalis. Coniugata Perri, dal cognome del marito Brian, di professione medico specializzato in chirurgia ricostruttiva per malattie e tumori spinali, la Canalis ha scritto un post al cianuro contro gli isolani suoi conterranei. Poche righe ma vibranti di disprezzo e sdegno. C'e da dire che l'ex velina di Striscia la Notizia, che ha provato la strada di attrice negli Usa per poi ripiegare sul business della fitness con l'ex collega Maddalena Corvaglia, ha molte ragioni per arrabbiarsi. Ma, come vedremo, nessuna per mettere il bollino della "barbarie" ad un'intera isola, che dovrebbe conoscere bene. Andiamo con ordine e riepiloghiamo i fatti. 

La brutale uccisione di un cagnolino

Sul suo profilo Instagram, Elisabetta Canalis posta la foto di un articolo di giornale che riporta un fatto orrendo: l'uccisione, a Telti, nel Sassarese, di un bastardino bianco che abbaiava di continuo e "minacciava" di accoppiarsi con una muta di femmine da caccia, inquinandone così il pedigree. Per questo motivo Giammarco Vargiu, Quirico e Pietro Fiori avrebbero, come scrive il giornale, ucciso il cane meticcio legandolo e poi finendolo a bastonate "con inaudita violenza". I tre uomini sono finiti a processo, alcuni testimoni avrebbero confermato l'accaduto, in particolare una donna ha dichiarato di aver sentito i latrati di sofferenza dell'animale, ma di non aver visto niente perché l'uccisione del meticcio sarebbe avvenuta dietro un camion. I tre torneranno a processo il 28 giugno. Ma nel mentre è la Canalis che processa un'intera regione, la sua Sardegna.

La vecchia storia dell'erba tutta assieme nello stesso fascio

Su Instagram Elisabetta Canalis scrive: "La Sardegna non è nuova a questo tipo di cose, e sta diventando sempre più un'isola simbolo di barbarie e crudeltà nei confronti degli animali. Siamo rimasti al Medioevo in tema di diritti degli animali e qualcuno deve dare un segnale chiaro per fermare queste persone". Quel qualcuno, nella fattispecie, è il giudice Maria Gavina Monni, del tribunale di Tempio, citata esplicitamente dalla ex velina, perché "punisca questi maledetti con una pena esemplare". La Canalis cita anche un altro episodio, di cui sarebbero stati protagonisti due pastori, padre e figlio, che avevano legato un cane alla loro macchina, e che morì per le sofferenze subite dopo che i due furono bloccati da un poliziotto. Niente da dire sulla severità invocata per chi tortura e uccide animali, e pienamente d'accordo sui controlli e sul "campionamento" del territorio, che tuttora peccano di poca efficienza. Ma assieme ai bruti che si sfogano contro gli animali, è il caso di bloccare l'ondata di luoghi comuni di cui il post della Canalis tracima.

Da Cicerone a Los Angeles

Ovviamente lo scritto su social network di Elisabetta Canalis non poteva che suscitare i pareri più contrastanti, divisi fra chi acclama tanto intransigente animalismo e chi stigmatizza l'aver citato e commentato un brutto episodio di cronaca trasformandolo nel ritratto di una intera regione di barbari. L'Italia è terra di campanile, e dunque la conseguente levata di scudi dei sardi è prevedibile. Gli stessi sardi che si sono stufati degli stereotipi a base di pastori-mezzi rapitori, attaccati alla terra, un po' diffidenti ma alla fine molto amichevoli, generosi e ospitali ma permalosi e sostanzialmente provincialotti e perciò limitati nel giudizio e nei contatti col resto del mondo. Tra la Canalis che li bolla come "simbolo di barbarie e crudeltà verso gli animali" dalle colline con piscina di Los Angeles, e Cicerone e Tito Livio che scrivevano di "sardi pelliti" dipinti come ladruncoli, avvezzi a perdere una battaglia dopo l'altra, eppure dopo anni e anni ancora non del tutto domati e colonizzati, non c'è grandissima differenza. Gli stereotipi e si rincorrono nel tempo. Insopportabili, soprattutto se contraddetti dai fatti. E dunque: la Sardegna è davvero un'inferno di animali picchiati, torturati, messi a penzolare sanguinolenti da pali e staccionate? Diamo uno sguardo ai dati.

Già, i dati: quali?

Il vero problema, quando in Italia si parla di maltrattamenti di animali, è trovare dati esaustivi sul fenomeno. Uno dei più interessanti, a proposito di data jounalism, cioè informazione davvero basata sull'analisi di dati certi, è il rapporto Zoomafia, pubblicato dalla Lav in collaborazione con le forze dell'ordine. Dove si legge: "La Procura di Brescia, sempre in base al campione del 70% analizzato, si conferma quella con più procedimenti iscritti per reati contro gli animali nel 2015: 456 procedimenti con 340 indagati. C’è da dire che oltre la metà dei procedimenti, 278 fascicoli, pari al 61% del totale, riguarda i reati venatori con il 71% degli indagati (243 persone). È noto che la provincia di Brescia rappresenta l’hotspot del bracconaggio più importante d’Italia quindi il numero dei procedimenti per tali reati influisce notevolmente sulla media totale dei reati contro gli animali registrati". Profondo Nord, dunque. Ma non è tutto qui. "Segue Cagliari con 192 procedimenti e 146 indagati. Anche in questo caso i reati venatori sono quelli più registrati: 108 fascicoli, pari al 56% dei procedimenti con 71 indagati, pari al 72% del totale degli indagati. Non è un caso che anche la provincia di Cagliari sia un territorio martoriato dal bracconaggio, come i fatti giudiziari dimostrano. Seguono Verona, con 179 procedimenti e 98 indagati; Catania con 175 procedimenti e 104 indagati; Firenze, con 171 procedimenti e 108 indagati; Udine con 162 procedimenti e 46 indagati; Bergamo, altra provincia con una forte pressione venatoria, con 160 procedimenti e 102 indagati". E poi, i dubbi degli stessi inquirenti: non esistono procedimenti per maltrattamenti nella Procura di Sassari, provincia dove si trova Telti, luogo del fattaccio che ha scatenato la rabbia indiscriminata della Canalis. E altri luoghi, come Savona, Vasto, Crotone, Lamezia Terme, brillano per sospetta scarsità di casi di violenza sugli animali.

Quei numeri da capire

Il punto è che le statistiche, affidate a vari report compilati con metodi tutti da verificare da associazioni che operano nel campo animalista, sono incomplete e si basano sui casi denunciati o raccontati. Il cui numero cambia di anno in anno, da regione a regione, ed esclude con ogni probabilità moltissimi episodi rimasti nell'ombra. Sta di fatto che, come dicono le cifre, la barbarie della violenza contro gli animali è un problema di tutta l'Italia. E si potrebbe anche pensare che se Cagliari, principale città sarda, è uno dei luoghi con maggiori denunce, è perché esistono persone sensibili al problema che lo portano all'attenzione della giustizia. Come si fa nei posti civili. Non proprio un posto di repellenti cavernicoli scuoia-cani-e-gatti, questi sardi. Abituati a sopportare approssimazioni e fesserie sul loro conto. Forse troppo.