Selvaggia Lucarelli: "Non mi vergogno di essere fragile. E rispondo a chi vorrebbe il mio sangue"

Nel suo nuovo libro la giornalista e opinionista tv fa i conti con una serie di personaggi che le hanno segnato la vita. Ma è il lato tenero, umano, quello a cui tiene di più. L'intervista

di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

Dieci piccoli infami posson bastare? Probabilmente no, la stessa autrice del libro, Selvaggia Lucarelli, non esclude che ce ne saranno altri. Ed altri. Ma su un punto bisogna essere chiari da subito, perché molti commentatori e perfino recensori continuano a dire e scrivere che i dieci infami che le hanno attraversato (e peggiorato, ma beneficamente) la vita sono ex fidanzati. In questa chiacchierata la Lucarelli mette in chiaro un po' di cose, e ne racconta alcune di sé che forse hanno meno clamore sul Web da cui proviene e in cui si muove tra un articolo di giornale e un'ospitata in tv. Ma che sono più importanti. La prima cosa da chiarire è questa: "Ma l'hanno letto davvero il mio libro? Io non scrivo di Giuseppe Cruciani o di Andrea Scanzi". E nemmeno di Filippo Facci, altro giornalista con il vizio delle frasone ad effetto e dell'esposizione del proprio ego, con cui però non c'è stata alcuna storia sentimentale. Ma che donna è, davvero, la "donna più rispettata e temuta del Web" (come è stata definita)? 

E' stato detto che il libro è l'arma dei vigliacchi. Nel senso che il vigliacco affida allo scritto cose che magari non direbbe di persona, quando si parla di fatti personali. E casomai aspetta poi la risposta per iscritto da quelli che chiama in causa. E' il tuo caso?
"Ti sembra che quello che scriva non corrisponda a quello che dico? Non mi pare che quando io sono in tv o altrove faccio la parte dell'agnellino candido".

Qui parliamo delle tue vicende personali.
"Ma anche nella realtà io sono diretta e schietta. Con alcune di queste persone ho già fatto i conti nella vita. Non ho aspettato l'espediente letterario per farmi sentire. Poi c'è da dire che queste non sono le rese dei conti più importanti della mia vita. Molte delle cose scritte nel libro sono giocose".

Quindi prepari una collana di "infami"? Ci potrebbero essere altri ritratti di questo tipo?
"Chissà, il libro sta andando bene. Magari posso includere qualcuno che ne ha capito male il senso (ride)". 

A proposito, Vittorio Feltri, che peraltro dedica a Dieci piccoli infami ampio spazio, scrive delle parole davvero pesanti. Come nel titolo Ma com'è selvaggio il mestruo della Lucarelli. O quando dice di essere fra quelli che vorrebbero davvero vedere in piazza il tuo "sangue", e aggiunge che tu te la prendi con persone legate all'atteggiarsi in televisione e che quindi hanno la statura delle cacchette di mosca. Come hai preso questa recensione dove c'è affetto ma anche tanto fiele?
"Con autoironia e leggerezza. Mi spiace per lui, non gli fa onore. Mi accontento del passaggio in cui mi dice che ho le dita d'oro, che scrivo come Baricco e che non puoi cominciare un mio articolo senza finire di leggerlo".

Venendo ai dieci infami che hanno segnato la tua vita e di cui scrivi, si parla di Suor Clelia. Hai fatto scuole dalle religiose, dunque.
"Sì, io studiavo dalle suore del Preziosissimo sangue, ho avuto un'educazione molto rigida, di quelle che oggi non esistono. Prima era ritenuta lecita e nessuno di noi se ne lamentava. Oggi basta un professore più severo della norma per scatenare l'ira funesta dei genitori, denunce su Facebook, lettere ai giornali. Un controllo che prima non c'era, ho subito per anni vessazioni dalle suore".

Cosa ti è rimasto nel carattere di quella educazione? Ad esempio Michela Murgia, che ha anche studiato teologia, dice che un po' per carattere un po' per gli studi fatti ha una tendenza a giudicare in modo molto netto. E' anche il tuo caso?
"Direi proprio di sì, non so se per via degli studi o se della mia indole, di certo ho una insofferenza nei confronti dell'autorità. Un atteggiamento che ho avuto sempre e che credo si intuisca da quel che dico o scrivo. Non sono una che giudica solo i soldatini semplici, io vado dritta fino al sergente".

Essere definita "la donna più temuta del Web" ti dà fortuna e ti diverte, ma alla lunga non pesa?
"No. Ho iniziato sul Web, nasco da lì e non lo rinnego. Per fortuna ho esordi trasparenti, non si può dire 'ma da dove è arrivata questa?'. Non è l'unica cosa che faccio, quindi mi dispiace che ci siano persone che mi definiscano blogger per sminuirmi".

Avere che fare con tv, social e Web vuol dire occuparsi di gente che vive dell'ostentazione del proprio atteggiamento: chi più urla, aggredisce o fa la sparata ad effetto, finisce su Youtube e sugli altri canali. Ma alla lunga questo modo di porsi non è deleterio?
"Questa è una domanda complicata. Certo in questo momento il Web è una zona franca in cui accade di tutto, c'è l'entusiasmo di chi si sente un pioniere, mancano regole e recinti che ci dovrebbero essere, nessuno di noi lo sa gestire del tutto. La gente ha scoperto improvvisamente di avere autorevolezza. Se dieci persone insultano un conduttore o un programma, e i giornalisti traducono tutto con titoloni tipo 'il web insorge' e riportano tweet e post di quattro sfigati che non hanno strumenti per giudicare, gli si consegna un'autorevolezza che nella vita non avrebbero mai. Però così si va verso una democrazia deleteria, in questa forma è un male". 

Mi ha colpito un tuo post, in cui partendo dal suicidio di un conduttore radiofonico, svelavi un periodo difficile della tua vita, pieno di incertezze, in cui perfino il tuo modo di vestire e l'atteggiamento erano frutto della confusione. Ma in un mondo ancora maschilista, quando può permettersi una donna di svelare la sua fragilità, la sua intimità?
"C'è sempre molta paura di mostrare il lato fragile, invece io trovo che crei un canale di comunicazione nuovo con le persone che ti seguono. Una vicinanza speciale. Altrimenti resti il mito di qualcuno, con un'immagine patinata, ma mantieni le distanze. Quando mostri il fianco ricevi un sacco di affetto. E' più difficile riceverlo quando hai successo, si innesca un meccanismo di invidia e competizione. La cosa più faticosa è gestire i momenti in cui sei veramente ferito, e qualcuno ne approfitta per colpirti. Specie se hai molti nemici. Come è accaduto a me mentre ero sotto processo. Ma io racconto molto della mia vita di madre, le delusioni sentimentali. Magari altri fatti fanno più fracasso sul Web".

Hai parlato del processo in cui eri accusata di aver violato immagini e dati privati di celebrità, come Elisabetta Canalis, per poi rivenderli. Che idea ti sei fatta della vicenda?
"Nessuno di noi, non io né Gianluca Neri né Guia Soncini, ha mai rubato niente. Signorini è andato a testimoniare al processo, dicendo che io non gli avevo mai chiesto un euro. Ma si leggeva che io, assetata di soldi, mi presentai nella redazione di Chi chiedendo soldi, chi scriveva 120 mila euro, chi 150 mila. Ma io e Signorini non siamo nemmeno in buoni rapporti, lui mi ha perfino fatto causa. E' che i giornalisti raccontano le tesi dell'accusa che regalano titoli di impatto e fanno vendere i giornali. E tu, diretto interessato, sei totalmente indifeso. Col mio legale abbiamo scelto di subire tutto, di non alimentare il ciclone. Poi mi sono goduta la delusione di chi pensava di brindare con lo champagne di fronte alla mia condanna".

Tu dici che mostrare il proprio lato fragile è la cosa più interessante da fare, però spesso ti occupi di fatti e persone cinici. Ma fare del cinismo il proprio marchio di fabbrica, e dunque renderlo popolare, non finirà per farci vivere tutti in una società peggiore?
"Io non mi sento cinica, talvolta posso essere spietata. Ogni tanto denuncio la barbarie sul Web di insultare e bullizzare, ma non trovo che sia cinico. Trovo che sia onesto e coraggioso, anche perché poi si riversa su di me un odio che è anche difficile da gestire. Non mi sento cinica quando vado a intervistare Dj Fabo sul diritto a una morte dignitosa, o quando racconto il valore del perdono riguardo all'omicidio di Vasto. O ancora la mia guerra a TripAdvisor, in cui i ristoratori vengono massacrati da recensioni feroci e perdono la fiducia nel proprio lavoro. E' solo il mio modo di essere onesta".