Paolo Mastri: "Ecco perché Aldo Moro fu condannato 4 anni prima del suo rapimento"

Intervista all'autore di "Tutto così in fretta", romanzo con doppio registro narrativo che ha le sue radici nella vicenda che ha cambiato la nostra storia e che "racchiude tutti i misteri più importanti d'Italia"

Paolo Mastri: 'Ecco perché Aldo Moro fu condannato 4 anni prima del suo rapimento'

Un po’ un giallo col ritmo del thriller, un po’ un saggio con il passo dell’inchiesta giornalistica. “Tutto così in fretta” (Ianieri Edizioni) è l’esordio letterario di Paolo Mastri, classe 1962, aquilano, responsabile della redazione di Pescara de Il Messaggero, che stavolta abbandona la cronaca nera e quella giudiziaria dei giorni nostri per illuminare di luce nuova quegli avvenimenti della primavera del 1978 che cambiarono per sempre la storia del nostro Paese. Un doppio registro narrativo che da una parte vede il rapimento di Aldo Moro con la strage della sua scorta e dall’altra le sotterranee dinamiche che si dipanano nella provincia pescarese con l’assassinio del sostituto procuratore della Repubblica Massimiliano Prati. Un omicidio che avviene sotto casa della sua amante e che tra informatori del Sisde e discussi costruttori vede entrare in scena la figura centrale del romanzo, quella del capitano Luise, inquieto inquirente.

Mastri, perché hai scelto questa formula a metà tra la fiction e la realtà?
“La dimensione che mi piace di più è quella del romanzo che un po’ le abbraccia tutte. In pratica nel libro ci sono due narrazioni parallele: una, quella che riguarda il caso Moro, è rigorosamente vera e ricostruita con estrema precisione alla luce delle ultime acquisizioni della Commissione di inchiesta parlamentare. L’altra è dichiaratamente fantastica ma è anche un modo utile a dare chiavi di lettura di avvenimenti reali con cui Pescara si è misurata nel corso della sua storia e che finora non hanno avuto risposte né sul piano delle indagini investigativo-giudiziarie né su quello delle inchieste giornalistiche”.

Il caso Moro è sicuramente una degli avvenimenti più importanti della nostra storia recente, uno di quelli di cui tutti , bene o male, si ricordano con precisione che cosa facessero nel momento in cui la notizia piombò addosso all’Italia. Nel tuo caso?
“Me lo ricordo in modo molto nitido: ero a L’Aquila, a letto con la bronchite. Allora ero adolescente e credo che quell’avvenimento sia stato il passaggio che ci ha fatto diventare se non adulti di sicuro cittadini. In quel periodo, ad esempio, i ricordo che io, come tanti miei coetanei, ho cominciato ad avere confidenza con la lettura dei giornali”.

Perché occuparsi del caso Moro, di cui proprio quest’anno ricorre il quarantennale?
“È una vicenda che da sola racchiude tutti i misteri d’Italia che hanno un’origine ben chiara nei limiti di una democrazia bloccata in un contesto Atlantico come era quello dell’Europa di quel periodo. Aggravato nel caso dell’Italia da una ragione geografica, cioè essere la terradi confine con la Cortina di Ferro, e da una ragione politica, cioè essere il Paese occidentale con il più importante Partito Comunista. Proprio quel partito nello sforzo di sbloccare la democrazia italiana tentava di attrarre nell’area di Governo e questa credo sia stata la ragione che ha condannato Moro almeno 4 anni prima del rapimento. E a quel punto mi chiedo se il caso Moro è un caso che finisce in se stesso e nelle ragioni storico-politiche di quella vicenda, o se piuttosto quel clima si è proiettato in altri ambiti della vita civile. Come ad esempio nei rapporto economici e politici che governavano il resto dell’Italia”.

E direi che la risposta è affermativa.
“Di sicuro la mia lo è. E si dipana in un racconto che trova la sua conclusione in un lungo salto temporale, come a dire che con quella vicenda si continua ancora a fare i conti”.

Il personaggio di Luise ha in sé l’esaltazione di chi cerca la verità e la frustrazione di chi si ritrova davanti a dei muri che sembrano insormontabili. Mi è sembrato quasi un paradigma del giornalista d’inchiesta nel quale forse ci sono accenni autobiografici.
“Sì, è vero, c’è un po’ di autobiografico nel suo rapporto con il mondo e con le gerarchie degli apparati. Luise è un personaggio un po’ vero e un po’ no come i fatti in cui si trova immerso. Nasce da una forte somiglianza con un investigatore una delle tante figure che mi è capitato di incontrare in 30 anni di giornalismo”.

Riguardo alla sfiducia di fondo, anche tu pensi che l’Italia sia destinata a restare il Paese dei misteri non risolti?
“Beh, direi che è una situazione molto ricorrente se pensiamo ai grandi misteri d’Italia ma anche a quelli di un orizzonte più circoscritto come è la provincia. C’è una ricca casistica di verità a portata di mano e poi sfuggite per poco. Ma il mio non è un pessimismo definitivo. Quella di Luise è una condizione esistenziale che rispecchia le luci e le ombre del nostro passato, la cosiddetta Notte della Repubblica”.

Sul caso Moro ci possiamo attendere ancora rivelazioni oppure ciò che poteva essere scoperto oramai è sepolto insieme con tanti suoi protagonisti?
“Nonostante i processi e le indagini parlamentari e quelle giornalistiche di sicuro ci sono ancora delle verità da cercare. Ma il peccato originale della vicenda, ovvero il fatto che ci sia stata una mano diversa da quella terroristica che l’ha governata dal momento iniziale, non rende agevole il lavoro di chi deve cercare la verità. Anche perché col tempo vengono meno i testimoni e la lucidità dei ricordi. Tutto insomma si complica anche se il contesto storico ha tolto alcune ipoteche. Certo, il caso Moro è un setaccio dal quale non è uscito tutto e dal quale, ogni volta che si agita, qualche cosa viene fuori. Basta pensare che ancora oggi non sappiamo nemmeno il numero esatto dei partecipati al commando. E che dire poi del bar di via Fani? Un bar dichiarato fallito due mesi prima il rapimento che invece la mattina della strage risultava talmente aperto da divenire una sorta di quartier generale di giornalisti e inquirenti? Tra l’altro, in quella strada, proprio nel palazzo del bar, c’erano diversi alloggi che facevano capo a ufficiali del Sisde. E che dire del fatto che il neonato Sisde benché fosse costituito non fosse ancora operante, mentre da fonti dell’Intelligence internazionale si sapeva che qualcosa di grosso stava per accadere a un rappresentante politico italiano? E che dire infine delle due Honda che portavano ciascuna un uomo armato dietro e che i brigatisti non le riconoscano come parte del commando? Insomma, la vicenda è davvero molto complessa e ancora misteriosa”.