Domenico Quirico: "Raccontare il Male mi ha reso peggiore. Il giornalismo? È caduto in basso"

Da 25 anni racconta il Male nei luoghi più caldi della Terra. In Siria è stato sequestrato per 5 mesi: "Ma sarei ritornato il giorno dopo". "Ombre dal fondo" è il libro che ha scritto per raccontare "il dolore che ti apre una fessura impossibile da chiudere"

Domenico Quirico: 'Raccontare il Male mi ha reso peggiore. Il giornalismo? È caduto in basso'
di Cinzia Marongiu   -

Non è un mistero che il mestiere di inviato di guerra sia in via d’estinzione. I costi, i rischi, i social, l’informazione globalizzata, la crisi dell’editoria: sono tanti i carnefici di un mestiere che però conserva intatto il suo fascino e soprattutto il suo senso, quello della testimonianza diretta di un fatto, che poi è il vero e unico senso del giornalismo. Parlarne con uno dei panda italiani è allora tanto più significativo soprattutto se quel qualcuno si chiama Domenico Quirico e ha una voglia quasi rabbiosa di rivendicare il significato del suo operato, facendosi beffe di chi lo accusa di fare un giornalismo “ottocentesco, vecchio, superato, rustico e letterario. Che poi per me sono tutti complimenti”.

Sessantacinque anni, 25 dei quali trascorsi a raccontare guerre e povertà nei luoghi più caldi e sanguinosi del mondo. Due figlie e una firma, quella di inviato del quotidiano “La Stampa” che è un marchio di fabbrica. Una firma che è anche diventata un caso internazionale quando nel 2013 Quirico è stato sequestrato per cinque mesi in Siria, tradito dai miliziani anti-Assad dell’Armata Siriana libera che stava seguendo e venduto a un gruppo jihadista. Molto di quell’esperienza è narrato nel suo libro “Ombre dal fondo”, che è anche un documentario dallo stesso titolo e che sarà protagonista di un reading nel corso del Festival “L’Isola delle Storie“ (a Gavoi, in Sardegna, dal 29 giugno al 2 luglio). “Scrivere il libro è stato come mettere a posto dei cassetti e tornare su delle cose che meritavano di essere raccontate”. Lo spunto è il dolore, “il mio rapporto con il dolore che nasce dal Male nel mondo. Il mio rapporto permanente con i posti in cui l‘uomo soffre e lotta stritolato dalla Storia. Il mio rapporto tra quel mondo e il mondo dal quale provengo, il cosiddetto mondo globale, civilizzato, quello dei robot e di chissà quali traguardi che poi in realtà è solo un’immagine totalmente falsa. Il mondo non è tutto così. E io non riesco a dimenticare il dolore e coloro che ci sono immersi dentro”.

Il suo ruolo da inviato di guerra la mette in una condizione di estraneità rispetto al mondo da cui proviene e rispetto a quello che lei racconta nei suoi reportage. È così? E come vive questa condizione?
“È la condizione obbligatoria per chi fa il giornalista. Sei sempre fuori posto. Per me è una condizione perfetta. D’altra parte se mi sentissi al mio posto in un giornalismo che dedica 9 pagine di un quotidiano alle reazioni alle elezioni amministrative di una cittadina italiana di provincia sarei davvero mal messo. Rivendico il mio essere marginale o superato o antiquato. È l’unica condizione per salvarsi l’anima”.

Cosa comporta questo?
“L’essere tagliato fuori dal giornalismo con la “g” maiuscola. Infatti non ho fatto carriera, non sono diventato capo o vice-capo di qualcosa. Sono inviato che è il grado zero del giornalismo. E sono felice così. Il giornalismo di oggi è lo scoop continuo, è il verbale di interrogatorio che ti ha passato il cancelliere del tribunale in cambio di 50 euro. I vati del giornalismo italiano o dei profeti della carta stampata sono quelli che fanno l’editoriale senza pensare che al 99% delle persone non interessi minimamente conoscere il loro pensiero sul mondo. Sono quelli che fanno le analisi. Per me sono cose sconosciute. Preferisco essere marginale”.

Quindi magari vive anche la frustrazione di raccogliere storie importanti e di doverle ridurre in pezzi molto brevi.
“Non è il mio caso. Io scrivo poco ma racconti lunghi. Fino a quando durerà. Certo, oggi nei giornali regnano le 35 righe. Le mie 200 righe sono un morto che tengo in vita con scariche elettriche. D’altra parte la gente che scrive nei giornali non sa scrivere. Quindi meno scrivi, meno fesserie fai. Più che altro il problema è il tipo di scrittura”.

Cioè?
“Oggi chi fa il nostro mestiere deve sperimentare nuovi modi di scrivere o al limite copiare quelli vecchi che valevano. La favola delle prime 5 righe con le notizie del “cosa, dove, quando”, del famoso giornalismo anglosassone è appunto una favola. Non ho mai letto un giornalista anglosassone che le segua. Meglio sperimentare nuovi metodi di narrazione, l’incrocio di punti di vista o tecniche cinematografiche applicate alla scrittura. O magari copiare grandi scrittori come Vergani, Buzzati. Ma poi quando sperimenti magari c’è il vice-caposervizio di turno che dice “Ma come scrive questo?”. Sui tre puntini e sul punto esclamativo, che uso, ho fatto una contesa grammatico-lessicale nel mio giornale. Oggi la scrittura nei giornali è piatta, anonima, sgrammaticata. Va di moda il normale, il banale, il già fatto. Come nei temi a scuola. Un bell’inizio, lo sviluppo centrale e il finale in gloria”.

Da questo punto di vista immagino che scrivere un libro sia stato per lei un balsamo.
“No. Adoro la scrittura giornalistica che nasce e muore in 24 ore. Per me la scrittura perfetta resta quella”.

Lei ha una famiglia, due figlie. Quando deve partire le pesa lasciarle?
“Sì, mi pesa ogni giorno ma è una questione insolubile. O smetto di andare o se continuo metto in conto l’ansia, la preoccupazione, l’angoscia di chi mi vuol bene. È un problema tragico, cioè da tragedia dove due realtà inconciliabili si scontrano. Come si risolverà? Quando non mi invieranno più da nessuna parte. Da parte mia trovo sempre alibi. Mi dico questa è l’ultima volta, in quest’altro posto devo assolutamente tornaci e così via”.

Quando è stato sequestrato e poi liberato con quale sensazione è tornato a casa?
“Sarei ripartito il giorno dopo. Mi hanno liberato nel settembre del 2013 e sono riuscito a tornare in Siria alla fine del 2014. Tornarci era il mio grande scopo”.

E una volta lì come è andata?
“Volevo dimostrare a me stesso di essere ancora in grado di scrivere su quella storia. E ci sono riuscito. L’unico modo per affrontare quell’esperienza era descriverla”.

Se dovessi usare un aggettivo per descrivere il suo libro userei “doloroso”. Condivide?
“Il dolore è un tema permanente del mio scrivere. Non ne ho altri. Non faccio altro che proseguire la mia ricerca minuziosa e ossessiva del Male. La sua grande capacità di sedurre. La sua non banalità. La sua componente fascinosa e luminosa. Direi inebriante. Il male è affascinante e per questo contagioso”.

Mi fa un esempio di Male che seduce?
“Il jiahismo, l’Isis. L’idea di compiere qualcosa in nome di Dio. Il tizio che sgozzava i giornalisti, bello e alto come un guerriero del deserto alla William Blake non è altro che satana che scende sulla terra con il suo corteo di demoni”.

Qual è il prezzo che si paga per descrivere il Male?
“Per raccontarlo un po’ bisogna perdercisi dentro. È quella fessura che si apre e che mano a mano si allarga di cui parlo nel mio libro. Una fessura che non riuscirai più a colmare”.

Lei come è diventato a furia di raccontarlo?
“Direi peggiore”.

E ora? Sta per partire?
“Sì, il 9 luglio andrò in Afghanistan”.

Non vede l’ora?
“Forse è eccessivo dire così. Diciamo che mi attrae”.