"Documentare il “visivo” contemporaneo in tutti i suoi stati, sollecitare uno sguardo attento, vigile ed appassionato e offrire in cambio un nuovo passo di visione". Marco Mueller, direttore della Mostra del Cinema di Venezia, chiude con queste parole la presentazione della 67a Mostra, la settima da lui diretta.
È un compito indubbiamente "alto" quello che si propone Mueller, sapiente ed esperto "creatore di festival" e - al di fuori delle formule e degli intenti - probabilmente vale più per l'intero festival, declinato cioè in tutte le sue sezioni, più che per quella speciale vetrina che è il concorso.
In verità, sappiamo da sempre che comporre il puzzle della selezione ufficiale vuol dire tenere presenti molte istanze, talvolta centripete rispetto a un'unità progettuale, che emerge spesso più dall'intero e più ancora dalle sezioni "minori": in questo caso sicuramente Orizzonti e, di nuovo quest'anno, da Controcampo italiano.

Nel concorso bisogna fare i conti innanzitutto con "quel che c'è" (ovvero quel che c'è di pronto, in questo momento dell'anno), con la necessità di accostare grandi nomi a artisti emergenti, con le pressioni del mercato e delle case di produzione che aspirano a vedere le loro opere presentate in un contesto che offre, sempre e sicuramente, prestigio e visibilità.
Eppure, a dar un'occhiata veloce e necessariamente superficiale (che quella profonda è solo la visione a garantirla), pare proprio che quest'anno il festival di Venezia tenti un salto, lanciando tutto se stesso - e a partire proprio dal concorso - al di là delle logiche dominanti.
Guardate i nomi qui che compongono la lista: osservate quelli dei registi. Chi ama e conosce il cinema degli ultimi anni troverà molti motivi di interesse. Ma chi cerca nomi "glamour", star da passerella buoni per far cassetta e per far parlare i telegiornali della prima settimana di settembre avrà meno soddisfazione.
Non che manchino le star, intendiamoci. È che, quando ci sono, appaiono in produzioni che promettono qualità, per il nostro (e si spera anche per il loro) godimento. Così, tanto per far parlare i numeri, possiamo vedere che su 23 pellicole solo 4 sono produzioni USA: quelle guidate dai registi Aronofsky, Coppola, Hellman e Reichardt. Nomi interessanti, che hanno tutti in passato diretto film che sono stati anche molto apprezzati, ma di certo non figure dominanti del mainstream hollywoodiano.

La parte del leone (dirlo al festival di Venezia suona strano e propiziatorio) la fa così l'Europa: ben 12 pellicole e di queste addirittura 4 italiane, che tra le nazioni europee è la più rappresentata (la Francia offre 3 film, capitanati da quello di Ozon).
Questa "dilagante" presenza italiana non dovrebbe stupire visto che siamo al principale festival italiano, ma invece - considerando quel che è successo negli ultimi anni e considerato anche che i film dell'anno scorso (erano 4 anche allora a dire il vero) non avevano fatto gridare al miracolo (l'apertura era affidata a Baaria...), - ci tiene desti. Come ci tiene desti la sezione controcampo (alla quale rimandiamo). Curioso che il ministro della cultura Bondi sembra non voglia essere presente: una decisione sospesa e non ben comprensibile.

Diminuita invece la presenza asiatica. In un festival che spesso ha scoperto e premiato opere orientali non ci sono (almeno in concorso) che due film giapponesi e uno di Hong Kong. Ma se provate a scorrere i film delle altre sezioni, scoprirete che quest'assenza è relativa e ampiamente compensata. Del resto non va dimenticato che il Leone d'oro alla carriera va quest'anno a John Woo, che porta anche a sfilare in laguna il ultimo film, Reign of Assassins.