Mario, cinquantacinque anni, lavora in un obitorio battendo a macchina i referti delle autopsie.
Nel 1973, nel pieno del golpe cileno, fantastica sulla sua vicina Nancy, ballerina di cabaret, che scompare misteriosamente l’11 settembre.
Dopo una violenta irruzione dell’esercito a casa della famiglia di Nancy, Mario apprende dell’arresto del fratello e del padre di lei, esponente di spicco del Partito Comunista e sostenitore di Salvador Allende.
Turbato e spinto dalla perdita dell’amante mancata, Mario si mette freneticamente alla sua ricerca.
Il governo Allende è stato rovesciato e la gente muore per le strade. L’esercito sequestra l’obitorio e i cadaveri si accumulano ma Mario non riesce a distogliere la mente da Nancy.
Continua a fare il proprio lavoro, finché una notte.
Cile, 1973. Allende e il suo socialismo democratico. Mario lavora alla morgue, reparto autopsie. Vede solo corpi di gente morta. Invidia quel briciolo di vita che anima la casa della vicina, Nancy. Basta attraversare la strada. Lei è artista burlesque in un fatiscente cabaret della periferia. Gente per strada che grida viva Marx. Gente per strada che grida contro Marx. Militari e fascisti. Molte autopsie. Come un pugno in faccia, ecco Post Mortem di Pablo Larraín, già autore dell’acclamato (e bellissimo) Tony Manero.
Storia di un emarginato (interpretato, come nel film precedente, dall’inquietante, bravissimo Alfredo Castro) giorno e notte alla deriva tra i cadaveri e che per un attimo assapora l’illusione dell’amore, mentre il mondo crolla.
Il parallelo tra la situazione esistenziale di Mario e Nancy (lei, oltretutto, figlia di un dirigente comunista) e l’incombere, fino alla deflagrazione, della dittatura di Pinochet, può apparire didascalico ma solo sulla carta, perché il film si insinua nella condizione umana dei protagonisti lentamente, pedinando la loro crescita emotiva mentre tutto intorno il dramma fatalmente accade, inesorabile come ad autunno il cader di foglie.
Così in auto lui e lei si ritrovano d’improvviso nel bel mezzo di una manifestazione, senza soluzione di continuità.
Larraín aveva cominciato a girare con la macchina da presa mobile, “a mano”.
Per fortuna ha cambiato idea, perché una storia così potente, ritratto tragico di vita e morte che (con)fluiscono, aveva bisogno di uno sguardo inerte, attonito.
Non a caso di «tempo morto» parla il regista. In mezzo al film, a golpe avvenuto, il piano sequenza di una autopsia: un corpo fatto a pezzi.
Non possiamo dire di più per non svelare il segreto di una scena sconvolgente, destinata a restare nella Storia del Cinema come uno dei momenti più forti e rigorosi, esteticamente ed eticamente.
Nel finale cupissimo (l’angoscia meccanica di una herzoghiana “ballata di Mario”) anche l’amore viene sepolto.
Vivo.