Catturato dai soldati americani in Afghanistan, Mohammed viene trasferito in un centro di reclusione segreto in Europa.
Quando il mezzo su cui viaggiano rimane coinvolto in un incidente, il prigioniero si ritrova inaspettatamente in libertà e fugge nella foresta innevata, così lontana dal deserto a lui familiare.
Braccato senza sosta da un esercito che ufficialmente non esiste, Mohammed è costretto a uccidere per sopravvivere.
Un talebano catturato in Afghanistan, torturato e assordato da un’esplosione. Deportato in Polonia come prigioniero, fugge. Davanti a lui solo una distesa sterminata di boschi innevati. Una figura di bianco vestita in fuga in mezzo al bianco: nulla di più. Nessun dialogo, niente musica, azione pura. Essenziale. La guerra e la politica non c’entrano: Skolimowski realizza un film che è un manuale di regia.
Quasi un’ora e mezza di cinema ridotto all’osso, capace di incollare allo schermo con una sceneggiatura che sta su mezza pagina e un solo, straordinario attore, Vincent Gallo.
Anche lui impegnato in un esercizio all’essenza della recitazione: senza usare la parola, interagendo solo con la natura (e per pochi, sensazionali minuti con altri esseri umani), dà una prova immensa (giustamente premiata a Venezia 2010 con la Coppa Volpi; sacrosanto anche il Gran Premio della Giuria a Skolimowski).
Braccato, ferito, affamato, il fuggiasco si riduce allo stato animale, guidato dal puro istinto di sopravvivenza: un mammifero, privato di ogni altro attributo (la parola, appunto, il nome, qualsiasi diritto civile) e in balìa della legge del più forte.
Quasi un’evoluzione del soggetto del corto I mammiferi di Polanski (per il quale Skolimowski scrisse la sceneggiatura di Il coltello nell’acqua): figure sulla neve, impegnate a sopravvivere.
Cinema essenziale.