Dopo l'elezione a governatore, rinnega i suoi ideali e cede alla corruzione.
Willie Stark è un attivista che si batte per i diritti civili in Louisiana: grazie al suo carisma e al suo ardore, conquista la fiducia della gente e arriva alla carica di governatore dello Stato. Ma il potere lo trasforma in un corrotto.
Delude e annoia il remake del film di Rossen. E Sean Penn si rivela decisamente ingombrante
La storia del governatore populista Stark vissuta attraverso i tormenti del suo giornalista di fiducia. Il remake dell'omonimo film di Robert Rossen, tratto dal libro premio Pulitzer di Robert Penn Warren, è un polpettone senza senso, mandato allo sbaraglio durante le vacanze di Natale dopo l'insuccesso americano. A chi può interessare, oggi, una storia come questa quando la demagogia degli uomini politici è molto più sofisticata e si evidenzia quotidianamente sul piccolo schermo? C'è di più: l'autore Steven Zaillian rispetto all'originale sposta l'attenzione dal governatore al pennivendolo. E nonostante l?insopportabile overacting di Sean Penn faccia di tutto per dominare la scena, siamo costretti a perderci tra i misteri del passato sentimentale e familiare dell'insipido Jude Law. Sola cosa da salvare Kate Winslet, che riesce, da brava attrice qual è, a infondere all'intreccio un vago malessere da torbido mélo sudista. Se Tutti gli uomini del re non può essere difeso a prescindere, perché non ha un'idea di cinema e drammaturgia che sia una, con il doppiaggio italiano diventa addirittura imbarazzante. Quale logica perversa porta a decidere che il personaggio di Sean Penn, attore di evidenti origini irlandesi nei panni di un uomo che si chiama William Stark e non Sonny Corleone, debba parlare con accento tra il siculo e il ciociaro? Illuminateci, perché noi, sconsolati, brancoliamo nel buio.
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