Le peripezie di una novella Alice nel paese delle... vendite telefoniche.
La venticinquenne Marta, laureata in filosofia con lode, decide di lavorare in un call center per guadagnare qualche soldo: il suo compito è quello di piazzare robot da cucina.
La sua determinazione la fa entrare nelle grazie di Daniela, responsabile dei telefonisti.
Ma un tenace sindacalista vuole portare alla luce la situazione dei lavoratori precari.
Un call center trasformato in un tragicomico reality. Virzì realizza il suo capolavoro
Nel nuovo film di Virzì c’è un’umanità che balla allegra e inconsapevole sull’orlo del precipizio.
Un’Italia da spot che ogni mattina procede compatta come il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo ma verso un futuro incerto.
Per una manciata di euro e per ritagliarsi un posto nel mondo. Che intanto si accontenta di un posto al call center, al servizio della megaditta dove i nomi non hanno cognomi e che non è più quella fantozziana della scrivania da qui all’eternità.
Si stava meglio quando si stava peggio. Adesso bisogna credere, obbedire, combattere. Vendere, soprattutto. Qualsiasi cosa, anche la dignità. «Perché le personalità perdenti sono dannose per se stessi e anche per gli altri» come dice una Sabrina Ferilli che non t’aspetti, sergente di ferro, col piglio da maestrina e il fare da dominatrix.
Donna in carriera che ha fatto strada flirtando col capo, Massimo Ghini, abbronzatissimo, anche lui precario ma degli affetti.
«Lei sì che è arivata» detto con una R e tanta ammirazione dalle telefoniste, distratte dalle Tv sempre accese.
Ma non tutti sono così: come Marta (Isabella Ragonese) anima pura e pensante, più pratica delle allegorie di Platone che delle vicende del Grande Fratello.
Una che non ci sta all’omologazione. E Valerio Mastandrea, sindacalista piacione, nipotino del Mastroianni dei Compagni di Monicelli.
Nessuno dei due probabilmente riuscirà a cambiare il mondo ma sono comunque un punto da cui (ri)partire.
Film dallo sguardo feroce, beffardo: Virzì non punta l’indice per ripetere fatti noti e le Parole sante del recente, fondamentale, documentario di Ascanio Celestini.
Piuttosto alza il dito medio per sfottere la volgarità dorata siliconata dei nuovi padroni, l’estetica coatta della new economy.
Gioca coi musical e i nudi gratuiti, lasciando a una scena che si vede in Tv, con Manfredi e la Sandrelli la tradizione della nostra commedia.
Affidando alla fotografia iperrealista di Nicola Pecorini, già operatore per Argento, Polanski, Gilliam, Bertolucci, il clima allegramente apocalittico da vecchio e nuovo miracolo italiano.