Meryl Streep interpreta Margaret Thatcher - la lady di ferro del titolo - fornendo un ritratto di una vera donna di potere, al tempo stesso amatissima e odiatissima, capace di imporsi in un mondo maschile e di suscitare nell'Inghilterra degli anni '80 del 900 entusiasmi ed epiche reazioni.
Dietro il ferro c’è una donna, e dietro una grande donna c’è spesso un grande uomo, per ribaltare il detto comune.
Oggetto speculare e complementare di J. Edgar, The Iron Lady sceglie il medesimo percorso eastwoodiano: una biografia della memoria, intima prima che storica, popolata di fantasmi e rimorsi.
Dominata, soprattutto, da un amore troppo forte per finire: quello tra Margaret Thatcher e il marito Denis (un grandissimo Jim Broadbent, di nuovo compagno sempiterno dopo Iris.
Un amore vero), allucinazione consapevole che accompagna la Lady mentre scivola nella senilità e il passato si fonde con il presente.
Come Hoover, anche Maggie è animata dal fuoco sacro dell’ambizione, apparentemente rivestita d’acciaio fin dall’adolescenza, incapace di piegarsi o arrendersi, sorda ai consigli altrui.
Purtroppo Phyllida Lloyd non è Clint, e il suo biopic si limita a una confezione educata per l’interpretazione monstre di Meryl Streep, il cui lavoro sulla postura, sulle movenze e soprattutto sulla voce della Lady di Ferro (non solo, da americana, sull’accento britannico ma anche sulle intonazioni e mutazioni del parlato) ha del miracoloso.
La Storia resta fuori, appiattita su poche e poco efficaci immagini di repertorio, perché in primo piano c’è solo lei, la signora Thatcher.
Personaggio più sognato che reale, cui la finzione cinematografica, piegandone l’anima di ferro sotto i colpi della vecchiaia, regala un’umanità inedita.