Alla ricerca delle radici della "musica del diavolo".
Un viaggio dalle sponde del fiume Niger, nel Mali, ai campi di cotone e ai locali con juke box del delta del Mississippi, sulle tracce delle origini del blues attraverso interpretazioni originali (Ali Farka Touré, Salif Keita, Habib Koité, Taj Majal tra gli altri) e rare immagini di repertorio.
Seconda puntata del magico viaggio nel mondo del blues. La firma Martin Scorsese
Corey Harris è un chitarrista blues del terzo millennio: giovane, non “purista”, innamorato anche del rap, del soul, forse persino del rock’n’roll, di tutte le forme che la musica nera ha acquisito nel tempo.
Martin Scorsese è un cineasta del secondo millennio: non perché sia vecchio o “antico”, ma perché ha la percezione della memoria e lotta per preservarla.
Nel mondo del blues, Scorsese è Dante e Harris è Virgilio. Assieme, percorrono Inferno e Purgatorio (l’America rurale del Sud, dove gli africani vennero deportati come schiavi e dove ancor oggi vivono, per lo più in povertà) e poi partono per il Paradiso: l’Africa, più precisamente il Mali, paese subsahariano poverissimo ma culturalmente straordinario (viene da lì Souleymane Cissé, il più grande regista africano vivente).
Là trovano le radici del blues, incontrando musicisti come Salif Keita, Ali Farka Touré, Habib Koité.
Il documentario è bellissimo: non “poetico” come The Soul of a Man di Wenders (primo film, sui 7 che compongono il progetto The Blues, ad arrivare in Italia, sempre distribuito dalla Mikado) ma secco, oggettivo, nobilmente didattico.
Nella filmografia di Scorsese si colloca accanto a Ultimo valzer: due affreschi su musica, cultura, memoria.