Il maestro Jedi e Obi-Wan Kenobi soccorrono la regina di Naboo.
Scoppia un conflitto tra la Federazione dei Mercanti e il pianeta Naboo. In aiuto della regina Amidala arrivano due cavalieri Jedi, il maestro Qui-Gon Jinn e Obi-Wan Kenobi.
Aiutati dal gungan Jar Jar Binks, i due Jedi compiono un viaggio durante il quale fanno tappa sul pianeta Tatooine.
Qui conoscono un bambino, Anakin Skywalker, che ha in sé la Forza.
Delude l’attesissimo prequel della saga di “Guerre stellari”. Lucas, purtroppo, perde la capacità di raccontare e rimane prigioniero degli effetti speciali. Magnifici. Ma il cinema è altro
Un Medioevo prossimo venturo in chiave razionalista, più ordinato che straccione, regolato da un senato galattico attento alle tradizioni multiculturali, ispirato da filosofie umanistiche che mescolano suggestioni delle diverse religioni (buddismo e cristianesimo innazitutto), sorvegliato dal misticismo guerriero dei cavalieri Jedi (che pare sempre più New Age in salsa kung fu), elegantemente incline alla stilizzazione kabuki (soprattutto negli abiti e nel trucco della regina Amidala e delle sue silenziose ancelle).
Questo è il mondo pre-Guerre stellari, descritto da George Lucas nel sospirato, coccolato, desiderato “prequel”, l’episodio uno, “La minaccia fantasma”.
Un mondo non ancora esploso nel disordine della trilogia degli anni ’70, che sta appena affacciandosi alle contraddizioni, alle aggressioni, alle lotte intestine, dove tutto pare un po’ immobilizzato nella sontuosa perfezione della visione.
Dove tutto pare sospeso a mezz’aria, un po’ meccanico, quasi “scontorna-bile”, come le creature che si rincorrono e si scontrano nelle sequenze in effetti speciali.
In realtà, “La minaccia fantasma” è tutto un gigantesco effetto speciale, interpretato da attori in carne e ossa, dove qualsiasi tensione narrativa, qualsiasi emozione “umana” (che pure esisteva nella prima trilogia), viene fagocitata dallo splendore dell’immagine e dai tempi spezzati del videogioco.
Non c’è una sequenza (tranne quella della corsa degli sgusci, che infatti è la più emozionante) che non sia continuamente interrotta e inframmezzata con altre.
E le citazioni prodigate a piene mani da Lucas (“Ben Hur” e “Cleopatra”, “Enrico V” e i film di Harryhausen, “Jurassic Park”, “Intolerance” e “Starship Troopers”) non hanno l’anima naïf dell’avventura, ma quella un po’ sontuosa della cultura.
È come se Lucas, immerso per troppo tempo nel suo sogno, avesse perso l’entusiasmo e, purtroppo, la capacità istintiva del racconto.