Matt King (George Clooney), marito indifferente e padre di due bambine, più che alla famiglia si è sempre dedicato alla sua carriera di avvocato e alla cura degli interessi economici derivanti dalla moltitudine di proprietà terriere alle Hawaii.
Dopo che un incidente in barca nei pressi di Waikiki riduce la moglie in coma irreversibile, Matt scopre che la donna per anni ha condotto una doppia vita, tenendo in piedi una relazione con Brian, un venditore di immobili, residente nell’isola di Kauai.
Intenzionato a conoscere il rivale, Matt decide di mettersi in viaggio insieme alle due figlie per recarsi dall’altro lato dell’arcipelago.
Grazie al viaggio, l’avvocato rivaluterà tutto il passato rivoluzionando l’ordine delle sue priorità .
Cose da sapere su Matt King. Professione: avvocato. Residenza: Hawaii. Stato civile: coniugato (con una donna in coma irreversibile e due figlie per le quali è stato sempre il genitore di riserva).
Interessi: il lavoro (e il lavoro, e il lavoro). Problemi: un lutto da elaborare; la prole orfana da gestire; l’eredità del tradimento della moglie da affrontare; il polmone verde maggiormente esteso dello Stato (di cui è proprietario con una loggia di parenti) da vendere (per questioni di trust).
Narra di questo, Paradiso amaro: dei gesti scelti per sciogliere i nodi che fanno del groviglio della vita una (tragi)commedia umana, un gioco d’equivoci tra amore e morte, etica e (ri)sentimento, idea e contingente.
Così che ogni scelta sia il segno di un ritratto, goffo e indeciso, mai netto, sempre sfumato.
Perché il cinema di Payne è una corte clemente per il fattore umano: comprende, prima di semplificare a giudizio.
E presenta le costanti di sempre: attori nevrotici in micromondi disfunzionali, un tono grottesco ammaestrato, un equilibrio instabile tra pudore narrativo e paracula assenza di responsabilità (con armamentario d’ellissi, boutade e ukulele pronto a ovattare i rumori di tragedia).
Pattern da cinema indie, con una differenza: Payne, alle didascaliche sentenze da Smemoranda, preferisce l’impaccio dell’eloquio, le parole che non dicono, ma quelle che nascondono la matassa dei pensieri.