Pietro (Elio Germano) è un giovane pasticciere omosessuale che lascia la natia Sicilia per trasferirsi a Roma e tentare di coronare il sogno di diventare attore. Disponibile con chiunque e senza mai doppi fini, si trova a vivere in un appartamento d'epoca. Nella casa, però, Pietro scopre strane presenze con cui è costretto a convivere, passando da uno stadio iniziale di insofferenza e spavento a uno di complicità e condivisione di sogni e desideri: i suoi coinquilini sono infatti gli spiriti di una famiglia di attori comici, vissuti durante l'epoca fascista.
Il mondo di Ferzan Özpetek è una nuvola di borotalco che galleggia oltre le polveri sottili di Roma. Magnifica presenza, sin dalla sequenza iniziale che evoca Opera di Dario Argento, si offre come la quintessenza del cinema del regista. Pietro sforna cornetti la notte e si ritrova coinquilino di una troupe teatrale degli anni 40 che infesta educatamente il suo appartamento di Monteverde. La collisione fra il mondo dei fantasmi e la sua realtà fatta di desideri repressi e ansie si sublima poco alla volta in una sempre maggiore familiarità con un mondo invisibile, fatto di affinità elettive che ruotano intorno al potere salvifico della finzione (e della messinscena). Con Magnifica presenza Ferzan Özpetek gioca a tutto campo abbandonando qualsiasi inibizione. Il piacere del regista è talmente evidente che permette di perdonare l’uso maldestro dei ralenti in alcuni momenti chiave del film e la presenza insistita della musica. Come in Harem Suaré, il nuovo film conserva il sapore speziato delle intermittenze del ricordo, mentre da La finestra di fronte ritorna il piacere ingenuo dei dolci e la centralità che nella poetica dell’autore riveste il rapporto fra la memoria dei luoghi e i corpi che li vivono. La Roma del regista è un luogo incantato pattugliato da presenze dalle sembianze di fate ignoranti che sfiorano i loro protetti come gli angeli berlinesi di Wenders. Se dunque sul piacere del filmare e della schiettezza dell’affabulazione non si può rimproverare nulla a Özpetek, non si può fare a meno di notare come la caratterizzazione sessuale del Pietro interpretato da Elio Germano, gay che non riesce a essere gay (figurarsi eterosessuale!), risulti in definitiva poco coraggiosa. La sessualità del protagonista è solo enunciata ma mai assunta come scelta o consapevolezza, problema forte di caratterizzazione che si ritrova anche nel personaggio di Andrea Bosca. Una debolezza che priva il film di una spinta propulsiva maggiore, anche se è evidente che il percorso di formazione di Pietro lo condurrà a fare i conti con se stesso in maniera più radicale. Purtroppo una nota stonata in un film che potrebbe essere considerato uno dei più convincenti di Ferzan Özpetek sino a questo momento.
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