Negli anni del fascismo, Ines va a Castel del Vescovo (Appennino bolognese), durante la festa di primavera, sperando di trovare l'uomo della sua vita.
Si innamorerà del figlio di un antiquario.
Pupi Avati ritorna tra le colline emiliane. Poesia e gran gusto della narrazione
"Forse nostra madre doveva andarsene per sempre perché io e mio fratello vivessimo l’urgenza di raccontare questa vicenda che la riguarda".
Memoria dolcissima, sentimenti autobiografici, lutto composto e lirico permeano questo ritorno di Pupi e Antonio sulle amate colline emiliane.
Il giardino di una giovinezza da trattenere con le sue tonalità calde e gioviali, con le sue facce bizzarre, con le sue storie collettive, con la leggerezza vaga di un racconto orale.
L’ombra della madre è quella di Ines, una ragazza che si innamora del figlio di un antiquario e accanto a questa figura, cara e privata, si compone un coro di personaggi, di vicende, di umori, di attese e di rimpianti.
Nell’Italia rurale degli anni del fascismo, è un appuntamento, un evento, un passaggio delle stagioni della vita a tessere la trama sottile, a segnare i destini dei tanti personaggi (quasi tutti riusciti): il ballo inaugurale della balera vicino al fiume, nella Valle del Reno.
Il regista, con la consueta perizia e con i tratti inconfondibili del suo gusto per la narrazione, affabula, evoca, inventa, incornicia i ricordi, suoi e altrui, ascolta le voci perdute nel tempo.