Uno zio e una nipote alla scoperta dell'altra faccia dell'America.
Dopo aver trascorso lunghi anni al seguito del padre missionario, Lana torna negli Stati Uniti per studiare.
Ma dopo il suo arrivo, decide di occuparsi dello zio Paul, veterano della guerra in Vietnam che, dopo l'11 settembre, vive in uno stato di isolamento e di costante allerta nel timore di un nuovo attacco terroristico.
Un Wenders inaspettato, senza prediche, che fotografa lo stato delle cose degli States dopo l’11/9
Buona notizia. Il Wenders di La terra dell’abbondanza non è quello dei suoi lontani tempi migliori, ma non è neppure quello noioso degli ultimi tempi, guru e predicatore.
È un Wenders inaspettato, con una visione particolare e personale dell’America: che non è la biblica terra della pienezza dove scorrono latte e miele.
Il titolo del film è figura retorica di inversione e antitesi. Nell’America di Downtown Los Angeles, con i poveracci senza casa che dormono sotto i cartoni sui marciapiedi, si incontrano l’invasato e paranoico Paul e l’idealista e umanitaria Lena.
Il film sta in questo triangolo: una città abitata dagli ultimi degli umiliati, un veterano del Vietnam che continua a condurre la sua guerra contro nemici che stanno dappertutto e complottano contro la libertà del suo paese, una giovane donna che ha vissuto in Africa e in Medio Oriente e che adesso, tornata in patria, vuole dedicarsi ai dannati della sua terra.
I due sono zio e nipote, non si conoscono, cominciano a sfiorarsi, si trovano insieme a scoprire cosa c’è dietro l’omicidio di un povero pakistano.
E dietro non c’è il complotto mondiale che Paul sospetta. C’è soltanto il naufragio casuale di una vita oscura e sfortunata come tante.
Wenders si ritrae, lavora su personaggi e luoghi, stringe il quadro, fa dell’America del dopo 11 settembre il paese dell’angosciante attesa di una nuova catastrofe, terra di povertà, di isolamento paranoico e di slanci ideali.
Di città spettrali con una Missione come ancoraggio provvisorio e di un deserto con un’altrettanto fantomatica cittadina, quattro baracche, dove le storie finiscono per dissolversi, dove Paul e Lena cominciano a ritrovarsi prima di partire in pellegrinaggio verso Ground Zero.
Dice Paul che quel buco nero nel cuore dell’America se lo immaginava più grande.
Lena gli chiede di ascoltare il silenzio. E Leonard Cohen canta la title song. Niente prediche. Ripartire dal poco. Affezionarsi a un’immagine vibrante, come quella di un colibrì magicamente sospeso nell’aria.