Una vendetta attesa per diciotto lunghi anni.
Franco, dopo aver saputo che Lele è malato, torna a Bologna. In tutti questi anni, non ha fatto che pensare alla partita a poker della vigilia di Natale del 1986 e vuole la rivincita.
Cerca di convincere Lele, Ugo, Stefano e Antonio a tornare a giocare.
La vendetta è un piatto che si mangia freddo! E Franco-Abatantuono ha aspettato 17 anni. Non delude Pupi Avati che ricostituisce quel maledetto tavolo da gioco
Franco Mattioli, Ugo Cavara, Lele Bagnoli, Stefano Bertoni e Antonio Santelia si ritrovano di nuovo intorno ad un tavolo verde.
Un’altra notte di Natale da profanare, come diciassette anni prima quando alle 5 e 30 del mattino si chiuse una partita a poker che costrinse Franco a lasciare assegni postdatati per oltre cinquecento milioni di vecchie lire.
La rovina o la rinascita? È la notte della rivincita, del riscatto, di un passato da chiudere e dal quale allontanarsi e soprattutto - come avverte la citazione di Cioran all’inizio del film - della vendetta, dell’animo, in ogni caso, avvelenato.
A fare da mazziere è Pupi Avati che ritrova i suoi personaggi e i suoi bravissimi attori (Diego Abatantuono, Gianni Cavina, Alessandro Haber, George Eastman e Carlo Delle Piane), trasformati naturalmente dal tempo, affinati nella tecnica e diretti benissimo, per chiudere la partita di una vita.
Per rispondere a quella domanda impellente che balugina alla fine di ogni bella storia: ora che cosa accadrà ai protagonisti? Che cosa faranno? Dove andranno? Chi incontreranno? Cambieranno? Il cinema ha escogitato l’espediente dei sequel per vendere risposte e gadget.
Avati pensa, invece, a una tradizione letteraria classica, sa come auscultare il cuore dei protagonisti e sa immaginarne le mosse, i segnali di intesa, le ferite, le frustrazioni, la voglia di rivalsa, l’intenzione di pareggiare i conti con il destino cinico e baro.
L’azzardo di una puntata al buio, il rischio di un rilancio, il bluff e l’inganno sono “incidenti” ed espedienti abbastanza normali nell’esistenza condensata dei personaggi cinematografici e si verificano anche in quella più distesa degli spettatori.
Questa connessione dona al poker un fascino metaforico che Avati, da ottimo regista, sa descrivere e proporre con un tocco preciso, incisivo, serrato.
Il suo intreccio, in cui i flashback sono presi da Regalo di Natale, ha molte analogie con una partita ricca di sorprese, di dettagli (i riferimenti al cinema vanno aldilà delle multisale possedute da Franco o dell’impiego in Cineteca di Lele), di sfumature e di ribaltamenti.
Una mano di gioco si può passare. Il tempo, con un’ombra di pessimismo, ci passa dentro e si accaparra tutte le poste.