Quando Bruno e Mirella si sposano, nel 1989, Piombino è una città in pieno benessere.
Poi l'acciaieria dove lui lavora entra crisi e per Bruno è la cassa integrazione.
Mirella ha allacciato una relazione con il bellimbusto di una Tv locale; quando decide di troncare, Bruno ha ormai scoperto tutto.
Nelle famiglie italiane non ci si adatta a stare in tre. Sotto il peso delle corna, anche delle più lievi, i matrimoni si schiantano. Ma la solitudine è anche più triste
In Italia, nell'Italia del cinema almeno, i matrimoni finiscono soprattutto per causa di adulterio di lei.
La bella vita di Paolo Virzì è l'ennesima variante sul tema, da inserire nel filone "proletario", come Dramma della gelosia e Mario, Maria e Mario, entrambi di Scola.
Anche qui abbiamo una brava famiglia comunista, operaio siderurgico lui (Claudio Bigagli), cassiera in un supermercato lei (Sabrina Ferilli).
Vivono a Piombino - e questa è una simpatica trovata - anzichè Roma. Sono giovani e s'illudono che la vita riserbi delle gioie. Restano dunque molto male quando lui finisce cassintegrato. E, per giunta, cornuto, perché nel frattempo lei s'è invaghita di un personaggio da tv locale (Massimo Ghini).
Nel trinagolo vince l'amante perché luccica di più. Ma il marito ha dalla sua la debolezza, che gli restituisce momentaneamente la consorte.
Ma la loro unione è ormai ferita: ognuno prenderà la sua strada, non prima che l'esistanza abbia riservato a entrambi altre amare sorprese.
La Ferilli ha un petto della quarta misura (con areole della quinta), ma ciò non spiega perché faccia del cinema.
Bigagli invece è un attore, ma gli fanno recitare sempre la parte del poverino, forse per via della faccia triste.
Ghini è la reincarnaione di Franco Fabrizi, ma è meno bravo e meno simpatico. La regia è corretta e, se ci si annoia, è con moderazione.