Dall'Italia all'Ungheria con un bovino al seguito.
Franco e Loris sono in viaggio dal Nord Italia all'Ungheria in compagnia di un toro.
In viaggio dall'Italia all'Ungheria con un toro come bagaglio. Un film amaro e un po' sognante con bellissimi esterni, dal ritmo tranquillo e cadenzato come la campagna sullo sfondo. Meritatissimi i premi a Mazzacurati e Citran, peccato per Abatantuono: "taurino" al punto giusto
Nel 1987, Carlo Mazzacurati, giovane padovano appassionato di cinema che ha fatto il critico e l'organizzatore di un cineclub nella sua città, scrive e dirige Notte italiana (prodotto dalla Sacher di Moretti), viaggio nella provincia veneta di un avvocato che si trova a risolvere misteri fondi del passato e, contemporaneamente, a ritrovare se stesso.
E' uno degli esordi più belli e personali degli anni ’80, seguito nell'89 da Il prete bello (viaggio nella memoria collettiva) e nel ’92 da Un'altra vita (viaggio di un dentista timido in una realtà opposta alla sua, quella della piccola malavita romana di quartiere).
Oggi Mazzacurati approda a un vero e proprio road movie, rivissuto e rielaborato secondo ritmi e una cultura tutti nostrani.
Il viaggio è quello di Franco e Loris, l'inserviente licenziato di un allevamento bovino e un piccolissimo allevatore sull'orlo del fallimento, dal norditalia fino all'Ungheria, in camion, in treno, a piedi, ancora in camion.
Il passo è quello, maestoso e piano, di Corinto, il toro numero 5 al mondo, campione della riproduzione artificiale, che i due hanno rubato all'allevamento e vogliono vendere a una fattoria modello ungherese.
E il suo ritmo imponente e inerme è anche quello su cui si calibra il ritmo del film: scorrevole e senza fretta, con lunghe pause "ruminanti" durante le quali Franco e Loris sfiorano la tristezza della guerra, la desolazione di profughi, l'arroganza di quelli che fanno affari nella terra di nessuno dell'ex socialismo, la vita che ricomincia, in campagna, con il lavoro.
Un passo giusto per Mazzacurati che ha sempre fatto un cinema tranquillo e un po' sognante, amaro, bellissimo negli esterni, complice negli interni notturni; e per Diego Abatantuono (anche lui un po' "taurino", ostinato, ma misurato) e Roberto Citran, che era stato il "prete bello" evanescente, che all'inizio è un po' svanito, l'idealista della situazione, ma che finisce per essere il più concreto.
Meritatissimo il Leone d'argento di Venezia, che premia il talento schivo del più personale dei nostri giovani cineasti.
E meritatissima la Coppa Volpi a Citran come migliore attore non protagonista; anche se forse sarebbe stato più giusto dare in blocco (a lui, Abatantuono e Corinto) la Coppa Volpi come migliore protagonisti.