Sconfitti i barbari in Germania il generale romano Massimo viene designato da Marco Aurelio quale suo successore.
Un bravissimo Russell Crowe e un’ambientazione fantascientifica non salvano il viaggio di Ridley Scott nell’antica Roma
La storia di un generale che diventa uno schiavo, viene venduto come gladiatore, ingaggia una battaglia all’ultimo sangue al Colosseo e si vendica del figlio di un imperatore che gli ha fatto massacrare la famiglia. Una storia che colpisce. Ci sarebbero tutti gli elementi per appassionarsi a questo “Il gladiatore” diretto da Ridley Scott. Uno in particolare: Russell Crowe. L’attore neozelandese, nei panni dell’ispanico generale Massimo, è come circondato da un alone di potenza, è un barbaro del set, una presenza massiccia e magnetica come da tempo non ci capitava di vedere sui palcoscenici di celluloide. Le riserve, invece, sono di tipo estetico. Nelle mani del regista di “Blade Runner”, le sequenze d’azione e tutti quei combattimenti che dovrebbero rappresentare il fulcro spettacolare dell’opera perdono consistenza. Le immagini sono state trattate con il computer, il loro andamento è sincopato, suddiviso in “frame by frame” secondo una tecnica tipica della pubblicità. Così la lotta acquista velocità e accresce l’impatto sull’occhio ma perde qualunque armonia. “Il gladiatore” è un film che crolla nel buco nero delle sue coreografie assenti, inciampa nella totale mancanza di senso plastico (un delitto, con uno come Crowe), confonde lo sguardo e lo stordisce con il fragore dei duelli ma non coinvolge mai. A Scott interessano i controluce, le tendine, le sovrimpressioni e l’immaginario digitale. Non abbiamo niente contro la grafica computerizzata e non ci dispiace la sua Roma cupa, fantascientifica, priva di volumi. Ma quando la macchina da presa scende nell’arena insieme a Massimo non è capace di restare impiantata nella polvere. Questo è grave. In mezzo alle luminescenze di un cinema alogeno giganteggiano però tutti gli attori: grande Joaquin Phoenix (fragile e cattivo), mentre Connie Nielsen (Lucilla) dopo “Mission to Mars” si riconferma interprete affascinante.
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