Durante una pericolosa missione nell'Europa dell'Est voluta da Mr. Church (Bruce Willis), Tool viene assassinato da un gruppo di sanguinari combattenti, alle dipendenze di un terrorista disposto a cambiare l'assetto geopolitico del mondo intero con sei chili di plutonio per uso militare pronto ad esplodere.
I suoi compagni, i mercenari al servizio della Cia guidati da Barney Ross (Sylvester Stallone), a cui si sono aggiunti i due nuovi membri Billy Timmons (Liam Hemsworth) e Maggie (Yu Nan), giurano di vendicarsi un giorno dell'omicidio e lavorano affinché ogni minimo dettaglio sia ben pianificato.
La rivalsa per i mercenari arriverà dopo una lunga scia di distruzione tra le fila delle forze nemiche.
Tornano I mercenari più numerosi che mai: dopo il successo del primo film si sono aggiunti Jean-Claude Van Damme e Chuck Norris.
È così praticamente completo (mancano solo Steven Seagal e Wesley Snipes) il carnet delle action star anni 80 e 90.
Cambia di mano la regia, con Stallone che si limita a sceneggiare e interpretare avvicendandosi dietro la macchina da presa con Simon West.
Il regista di Lara Croft. Tomb Raider e Professione assassino parte bene, con una scena d’azione molto sopra le righe ma più varia e coerente di quel pasticcio a base di esplosioni che era il precedente finale.
Anche le prime battute sono promettenti, da Schwarzenegger minacciato con un «O il tuo culo sarà terminato!» a Jet Li che se ne esce di scena con un’arguta stoccata.
Purtroppo non passa molto perché il machismo deragli: la giovane new entry Liam Hemsworth (fratello di Chris e già visto in Hunger Games) dice di aver lasciato l’esercito disgustato, perché il suo ufficiale non ha mandato supporto aereo in una zona dove c’erano anche civili inermi.
Se già questo smorza il clima di cameratesca rimpatriata, la voglia di ridere si eclissa quando la mercenaria cinese pratica (naturalmente fuori campo e con massima efficacia) la tortura, “simpaticamente” apostrofata pedicure.
Solo a tratti l’ironia riaffiora con successo, per esempio con una freddura su Chuck Norris riportata dallo stesso Norris o quando Dolph Lundgren cita i propri studi scientifici, e sono impagabili Schwarzy e Willis su una Smart dove stentano a entrare.
Le altre battute sono però stantie: «Houston, abbiamo un problema». O persino penose: «Ora chi manca? Rambo?». Anche questa volta, poi, non c’è il minimo senso dell’epica: nonostante in inglese I mercenari si chiamino “sacrificabili” in realtà non lo sono affatto.
Inoltre hanno un bel dire gli attori che i personaggi umani e non supereroi, quando a ben vedere sono messi meno in difficoltà degli Avengers.
Apprezzerà comunque il pubblico di riferimento, ossia i nostalgici degli action un tanto al chilo dei tempi andati, ma solo fino a un certo punto.
Il duello finale tra Stallone e Van Damme è coreograficamente nullo: Schwarzenegger chiosa che sono pezzi da museo, ma più che una battuta è un’amara constatazione.