Gary e Mary sono stati per anni i fan numero uno dei Muppets e durante un viaggio a Los Angeles colgono l’occasione per visitare il teatro dal quale lo show dei pupazzi animati veniva trasmesso. In compagnia del pupazzo Walter, involontariamente, scoprono che il mitico studio di registrazione è nelle mire di un petroliere senza scrupoli.
In un’era in cui Alvin e i suoi Chipmunks sono una macchina da milioni di dollari, era inevitabile il ritorno dei Muppet. Ma l’onnipresente digitalizzazione di figure per l’infanzia (dai Puffi al Coniglio Pasquale) rende la coesistenza tra gli umani e i pupazzi ideati da Jim Henson ancora più efficace nella propria assurda naturalezza. Fedeli a se stessi e alla propria storia, i Muppet cantano per i bambini ma strizzano l’occhio agli spettatori adulti e sanno perfettamente di essere in un film, tanto da giocare con le citazioni, la moltitudine di comparsate hollywoodiane (con star tenute sullo sfondo perché il pubblico giochi a individuarle) e le battute che esplicitano tecniche cinematografiche, come il montaggio e il viaggio sulla mappa per velocizzare le cose. La trama, del resto, non nasconde la caduta in disgrazia del franchise. È il nuovo arrivato Walter, che sogna da sempre di incontrare i Muppet, a convincere Kermit la rana a partire on the road, come i Blues Brothers, per riunire la banda. In missione per conto di Disney, e dunque con un tasso di zucchero più alto che in passato, il gruppo si riunisce accompagnato dalle canzoni scritte da Bret dei Flight of the Conchords. Se in ogni reunion non mancano fini commerciali, il divertimento del cast è però genuino e ci ricorda (come pure Small Fry, il corto di Toy Story che precede il film) che basta poco per giocare.
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