Dieci anni dopo la brutale uccisione della moglie e della figlia, Clyde Shelton cerca di convincere il procuratore che aveva indagato in passato a riaprire il caso, nella speranza di ottenere quella giustizia attesa da un decennio. La sua vendetta sarà rivolta non solo verso chi ha permesso la grazia ai veri assassini, ma anche a un sistema che permette un atto così sconsiderato.
Law Abiding Citizen recita il titolo originale del film di F. Gary Gray (Il negoziatore), letteralmente “cittadino rispettoso della legge”. A patto che il rispetto sia reciproco, si legge tra le righe, altrimenti vale l’occhio per occhio. A questo deve avere pensato Gerard Butler: famigliola sterminata e avvocato obamiano (Jamie Foxx) che per non mandare all’aria l’intero processo quasi salva il più spietato dei killer, scatenando una biblica vendetta. Giustizia privata conferma lo stato di disordine mentale degli sceneggiatori di Hollywood (sul banco degli imputati, in questo caso, Kurt Wimmer). Anzi, è forse l’ideale manifesto di un modus operandi ormai consolidato. L’intreccio funziona solo come spunto, in realtà si procede per associazioni derivative di generi (legal thriller, revenge movie, torture porn) e idee (Butler ha talenti pratici e tecnologici come neanche McGyver, e la ragione è tutt’altro che originale. ) fino ad arrivare al solo effetto possibile, quello della saturazione. Fingo di raccontare un sacco di cose perché non ho niente da dire. Del teorema fanno parte ovviamente le cerebrali trame del giustiziere, una serie di trucchi alla Diabolik che solo un’arrogante struttura narrativa può avere la presunzione di rendere credibili.
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