Un triste professionista di fronte al proprio passato.
Russ è un consulente d'immagine affermato ma nevrastenico. Non ha un buon rapporto con se stesso e ne ha uno pessimo con gli altri. Quando nella sua vita entra Rusty, il bambino che era a otto anni, è costretto a un'autoanalisi.
Il fanciullo che è in noi è cantato dal poeta e invocato da alcuni registi, Steven Spielberg più e meglio di altri.
Ma che cosa succede quando il fanciullino, paffuto e divertente, si materializza per una di quelle smagliature temporali che deliziano gli studiosi di logica e un affluente minore della commedia hollywoodiana? La risposta è retorica quanto la domanda: il problema, non molto difficile, è capire se da grande somiglieremo o tradiremo quel bambino che vuole diventare, presto, “big”, con un cane, una moglie e un lavoro come pilota d’aereo.
Russ Duritz è un triste, nevrastenico e affermato consulente d’immagine. Non ha un buon rapporto con il proprio passato e ne ha uno pessimo con gli altri.
Quando nella sua casa e nella sua vita entra Rusty, il bambino che era a otto anni, deve fare quell’autoanalisi e quel bilancio esistenziale (in rigorosa versione light) ai quali continua a sottrarsi.
Il ragazzino e l’adulto si disapprovano e sono insoddisfatti dei traguardi raggiunti nell’età dell’innocenza e in quella della disillusione.
Il regista, Jon Turteltaub, non è mai stato un fenomeno e non è migliorato, la sceneggiatrice, Audrey Wells (“George re della giungla”), per ora, è una delle tante modeste compilatrici di copioni che stanno addormentando il cinema americano, gli interpreti Bruce Willis e Spencer Breslin se la cavano.